Terza puntata della serie “E QUALCOSA RIMANE – IL 1975”

Leggi anche le puntate PRIMA, SECONDA, TERZA e QUARTA

«Ti trovo bene, complimenti. Si vede che sei nato in un giorno fortunato,» scherza Ciccio.
«È possibile. Ma anche tu devi essere nato in un giorno fortunato. Parafrasando il Maestro potresti dire di essere uno splendido settantenne.» Il complimento scherzoso di Francesco è anche pro domo sua, perché anagraficamente i due amici sono gemelli, essendo nati lo stesso giorno.
Grazie a tecnologie che negli anni Settanta non avrebbero neanche immaginato, Francesco e Ciccio, guardandosi attraverso lo schermo del computer, possono continuare la conversazione dei giorni precedenti.
«Ma come fai a mantenerti così bene, se non fai altro che lavorare?»
«Appunto per questo. Il lavoro è la migliore medicina. E poi mi piace. E poi continuiamo a esercitare per non adagiarci in una vita da pensionati. Abbiamo ridotto l’attività solo ai casi che ci piacciono e questo ci lascia del tempo libero per i nostri interessi, fra i quali lo sport. Tre volte la settimana facciamo nordic walking e anche questo aiuta. E voi? Siete sempre in giro per il mondo?»
«Non più come prima, ma è l’Europa, non il mondo. È proprio di questo che vorremmo parlarvi. Aspettiamo che arrivino le mogli … ah, qua c’è Angela.»
Quando poi arriva anche la moglie di Francesco, l’avvocatessa, come affettuosamente la chiamano gli amici, le due signore per un po’ monopolizzano la conversazione.
«Ragazzi, vi rendete conto che è da prima del covid che non ci vediamo? Ci dovremmo vergognare. Tutti. Quando venite a trovarci?»
A parlare è stato Francesco, al quale fa seguito sua moglie. «Appunto. Ogni volta che andiamo a Finale pensiamo a tutte le vacanze che ci abbiamo fatto insieme e vorremmo sempre tantissimo che voi foste con noi.»
«How I wish, how I wish you were here», intona Ciccio, che prosegue «grazie cara, mi sento tanto Syd Barret se ci dici questo, ma non meritiamo tanto. Però, si, potremmo fare un salto a Palermo la prossima volta che andiamo a Catania. Ma è proprio di fare una vacanza insieme, che volevamo parlarvi. Da quando i ragazzi le vacanze le fanno coi loro amici, il camper che abbiamo è diventato troppo grande per noi due soli e ne vogliamo prendere uno più piccolo. Prima, però, ci piacerebbe fare un viaggio insieme a voi.»
Francesco guarda sua moglie, perché sa che lei non ama quel tipo di vacanze, ma lei lo stupisce
rispondendo per entrambi «perché no? Non mi dispiacerebbe provare. Ogni tanto bisogna cambiare.»

Rimangono d’accordo di vedersi a breve per organizzare la vacanza, ma mentre stanno per salutarsi Francesco dice all’amico «no, no, un momento, aspetta. L’altro giorno mi hai detto che vuoi scrivere qualcosa sul ’75 e io ti ho parlato delle radio libere e di Rimmel. Visto che prima tu hai citato Syd Barret e dato che Wish you were here è proprio di quell’anno, tocca a te ora, ricordare.»
«Io vorrei parlare di ricordi personali, non di cose note. Lo sanno tutti che Wish you e Shine On You Crazy Diamond sono state composte da Roger Waters e David Gilmour per il povero Syd. Però ricordi personali significativi legati a quest’album non ne ho. Questi due brani sono bellissimi, sia chiaro, ma gli album dei Pink Floyd che mi piacciono di più sono Dark Side e The Wall
«Stupendi,» interloquisce Francesco.
«Si, infatti. Ma i ricordi veri e propri sono legati a The Wall
«Qualche ragazza prima di Angela?»
«No, periodi successivi. Eravamo già sposati e vivevamo già a Roma. Quando dovevo andare per lavoro in città raggiungibili in giornata, che so, Napoli, Firenze o Pescara, andavo in macchina e partivo molto presto, e la sera, tornando a casa, ero stanchissimo. Allora, per darmi la carica, usavo un metodo infallibile, ascoltavo The Wall al massimo e già In The Flesh mi dava la scossa e mi risvegliavo, si può dire.

Per non parlare della sequenza The Happiest Days Of Our LivesAnother Brick, che parte in sordina, con i bambini che giocano, il fischio del treno con il frastuono della locomotiva, e poi le urla del maestro che dà ordini e il crescendo che sfocia nel coro degli alunni: “We don’t need no education. We don’t need no thought control.” Esplosivo!»
«Si l’ho fatto anch’io per diversi anni. Però solo quelle tre ti esaltano, ti danno la carica. Altre sono molto delicate, come Goodbye Blue Sky. Io di adatte allo scopo ne ho anche altre, ma te ne parlo domani, se ti interessa.»
«Dai, non mi lasciare in sospeso. Quali sono?»
«Abbi pazienza, te lo dico domani. Mi sta chiamando Lia, devo chiudere.»
«Tanto lo so che si tratta di Bennato, i tuoi gusti musicali io li conosco meglio di tua moglie.»
«Non è così, li conosce anche lei. È l’approccio che è diverso. Tu li condividi, lei invece li tollera. A domani!»

Di Salvatore Azzuppardi Zappalà

Salvatore Azzuppardi Zappalà, scrittore, è nato e vive a Catania. Dopo la laurea in Scienze Politiche ha lavorato come bancario e poi consulente finanziario indipendente. Specializzatosi in Diritto Bancario è anche consulente tecnico-legale su contratti di finanziamento e investimento. Ama le buone letture (i suoi pilastri sono Victor Hugo, Hemingway, Steinbeck, Conrad e Garcia Marquez), la buona musica italiana ed è appassionato di storia, in particolare della Seconda Guerra Mondiale. Su quel tragico periodo ha collezionato testimonianze di vita vissuta, che ha raccolto nell’antologia 1943-1945. Per non dimenticare. Nel suo primo romanzo – “Ti ricordi quella strada …​“, Algra Editore – l’Italia degli anni Settanta fa da sfondo alla storia di Lia e Francesco, in questo che non è solo un romanzo storico, di formazione e di sentimenti (non sentimentale, però), ma un tributo a uno dei periodi più controversi della nostra storia repubblicana. Non solo anni di piombo, ma soprattutto anni fertili, gli anni dell’impegno in politica e nel sociale, gli anni in cui si prese coscienza delle problematiche ambientali e dell’importanza della partecipazione.