Intervista a Giuseppe Cento, vicepresidente dell’associazione Danisinni 1489

Ci sono luoghi che non fanno rumore, ma resistono. Quartieri che non gridano la loro storia, ma la custodiscono nei muri scrostati, nelle scale che salgono lente verso la città, nei sorrisi testardi dei bambini. Danisinni è uno di questi luoghi. Un quartiere incastonato nel cuore di Palermo, dimenticato per troppo tempo, nascosto come un giardino selvatico oltre la linea del visibile. Ma chi ci entra – davvero – ne esce cambiato. Questa intervista è un viaggio nella resilienza umana, ma anche nella possibilità concreta di riscatto. È la voce di una comunità che ha scelto di non aspettare salvezze dall’alto, ma di ricostruirsi dal basso, piantando papiri nei terreni abbandonati, riempiendo di colori i muri grigi, restituendo ai bambini un luogo dove sognare. Con Giuseppe Cento, vicepresidente dell’associazione Danisinni 1489, non parliamo solo di rigenerazione urbana, ma di educazione, dignità, cultura e futuro. Parliamo di gocce che cadono tenaci sulla pietra, e di sorrisi che resistono, nonostante tutto.
Danisinni non è un caso. È un segno. Un piccolo patto di umanità che ci riguarda tutti.

Chi è Giuseppe Cento

Dopo essere stato un esperto nel settore industriale metalmeccanico per diverse aziende leader nel settore motoristico endotermico italiano nel 2014 viene a conoscenza del quartiere palermitano di Danisinni. Da allora e per tutti questi anni è rimasto al fianco delle figure rappresentative e attive nel rione motivato a fare la sua parte all’interno del team che promuove il processo di rigenerazione umana, sociale e di cittadinanza attiva nel quartiere

L’intervista

D. L’associazione “Danisinni 1489” porta nel nome una data chiave per la storia del quartiere: l’anno in cui fu decretato l’interramento del Papireto. Quanto conta, oggi, riappropriarsi di questa memoria storica per costruire un’identità collettiva?

R. Abbiamo scelto di inserire “1489” nel nome della nostra associazione proprio perché riteniamo che quella data sia fondamentale per comprendere le origini e l’evoluzione del quartiere Danisinni. È l’anno in cui il Senato palermitano emanò il decreto per l’interramento del fiume Papireto, che fino ad allora aveva attraversato questa zona, rendendola rigogliosa, fertile e ricca d’acqua.
In epoca araba, il Papireto era un elemento vitale del paesaggio: le sue acque limpide scorrevano tra palmeti e giardini e l’area era nota per la sua bellezza. Le cronache parlano anche della presenza di papiri lungo le sue rive – da cui il nome del fiume – e della possibilità di immergersi in quelle acque per fare il bagno. Tuttavia, con il tempo, il fiume cominciò a stagnare, trasformandosi in un ricettacolo malsano, infestato da insetti e cattivi odori, tanto che divenne un problema per la salute pubblica.
Il decreto del 1489 sancì l’avvio della bonifica e, successivamente, dell’interramento completo, che si completò tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento. Quella decisione cambiò
radicalmente l’aspetto e la funzione di quest’area della città. Oggi, riappropriarsi di quella memoria significa riconoscere le radici profonde del nostro quartiere, farne un elemento identitario e, attraverso la consapevolezza storica, costruire un senso di appartenenza condiviso e un futuro più consapevole.

D. Il tuo primo incontro con Danisinni risale al 2014. Cosa ti ha colpito allora e cosa ti ha spinto a restare, a impegnarti attivamente nel percorso di rigenerazione?

R. Il mio primo incontro con Danisinni è avvenuto quasi per caso, nel 2014, quando partecipai a un evento promosso da fra Mauro Billetta, che era diventato da poco parroco del quartiere. L’evento si svolgeva all’interno di un asilo nido ormai in disuso e inagibile. In quell’occasione si organizzò una grande pulizia collettiva, un momento di riappropriazione degli spazi da parte della comunità. Ricordo che fu realizzato anche un “biostagno”, una sorta di intervento simbolico e pratico, per far comprendere alla gente del quartiere – e in particolare ai bambini – che sotto quella terra c’era ancora vita: scavando, riaffiorava l’acqua del vecchio fiume e proprio lì si piantò un papiro. Quel gesto – piantare il papiro – aveva un valore profondo: raccontava che da un luogo abbandonato poteva rinascere qualcosa.
Da lì iniziò il mio coinvolgimento. All’inizio aiutavo i collaboratori della parrocchia in alcune attività per i bambini, come il doposcuola. Ma fu proprio un episodio durante uno di questi pomeriggi che mi toccò nel profondo. Alcuni bambini mi fecero delle domande che non dimenticherò mai: “Chi sei? Perché sei venuto? Cosa vuoi da noi? Cosa vuoi che facciamo? Anche se io studio so già che non servirà a nulla, perché qui non c’è lavoro”.
Quelle parole mi colpirono come un pugno. Avevo viaggiato tanto in Italia per lavoro, anche in grandi aziende, ma tornare nel mio territorio e sentire queste frasi pronunciate da bambini mi fece capire quanto fosse urgente agire. Così ho deciso di restare, di affiancare fra Mauro e tutti i collaboratori della comunità, in un percorso di rigenerazione non solo urbana, ma anche sociale ed educativa.

D. Negli ultimi anni, il quartiere è diventato un laboratorio culturale a cielo aperto, come nasce e si sviluppa questa visione artistica della rinascita?

R. Questa visione artistica non è nata da un progetto calato dall’alto o da iniziative individuali, ma è il frutto di un cammino collettivo. Le persone sono arrivate a Danisinni perché attratte da ciò che stava già accadendo, da un fermento che si respirava nel quartiere. Tutto è partito dalla voglia di far emergere la bellezza nascosta del luogo e di coinvolgere chi, magari, aveva già un legame con Danisinni o lo conosceva per esperienze passate.
I primi a rispondere a questo invito furono alcuni professori dell’Accademia di Belle Arti, che si avvicinarono perché la sede era anche geograficamente vicina. Da lì è nato un primo percorso condiviso che portò a uno dei progetti più significativi: la realizzazione di progetto chiamato “Rambla Papireto“, un intervento artistico e sociale ispirato all’urbanistica partecipata. Per la prima volta a Palermo si creava un’esperienza del genere in un quartiere popolare, periferico e, per molti, sconosciuto.
Con il tempo, grazie a questo slancio, sono arrivate tante persone, italiane e straniere, attratte dallo spirito del luogo. Non abbiamo seguito una strategia precisa, ma abbiamo capito che serviva fare le cose in modo diverso, perché non avevamo grandi risorse economiche. Così abbiamo iniziato a bussare alle porte delle istituzioni culturali della città. Tra i primi a rispondere fu l’allora Sovrintendente del Teatro Massimo, il dott. Oscar Pizzo. Con ogni ente con cui parlavamo, cercavamo un modo per costruire qualcosa insieme.
Un passo importante fu quando ottenemmo, in comodato d’uso gratuito, un terreno privato alle spalle della parrocchia. Era in totale stato di abbandono. Da quel momento abbiamo cominciato a trasformarlo in una fattoria urbana, che chiamiamo “Fattoria sociale“. All’inizio non c’era nulla, ma con il lavoro volontario e il sudore della comunità, abbiamo creato tre aree: una dedicata agli animali, per far conoscere ai bambini il valore della natura; una all’orto, ispirata all’idea antica dei giardini arabi, dove si coltiva con il contributo dei volontari e una terza per l’incontro e la partecipazione.
I prodotti dell’orto vengono piantumati due volte l’anno, in inverno e in estate, e chi li desidera può prenderli lasciando un’offerta libera, basata sul prezzo di mercato, ma in forma solidale. Non è un’attività commerciale: è un modo per promuovere il rispetto per la terra, la sostenibilità e la solidarietà.
Oggi, grazie al passaparola e anche agli annunci domenicali di fra Mauro, molti vengono a visitarci. Alcuni partecipano alle visite guidate che organizzo personalmente per far conoscere il nostro percorso. Altri semplicemente passano, si fermano, ci parlano, si interessano.
E sì, qualcuno mi ha anche chiesto se abbiamo le mucche! In realtà abbiamo altri animali, ma non alleviamo per fini produttivi. La nostra è una realtà educativa: usiamo la presenza degli animali per insegnare il rispetto, la cura e il valore della vita, senza forzature né sfruttamento. Quando il numero degli animali diventa troppo elevato, ci confrontiamo con chi, come noi, porta avanti progetti a carattere didattico, per trovare soluzioni etiche e sostenibili.

D. La Fattoria sociale è oggi uno dei simboli più visibili e coinvolgenti di Danisinni. In che modo questo spazio ha cambiato il rapporto degli abitanti con il quartiere?

R. Il dialogo con il quartiere è nato proprio da ciò che raccontavo prima. Grazie a questo spazio – che abbiamo costruito e custodito insieme – siamo riusciti a creare un luogo sicuro e condiviso dove i bambini potessero giocare, crescere e incontrarsi, senza più stare per strada o nelle piazze, spesso prive di tutela e attenzione.
Questo è stato il primo passo concreto verso la rigenerazione vera e propria: offrire ai più piccoli un’alternativa, un ambiente protetto e stimolante. Da lì, poco a poco, si sono innestate altre trasformazioni. Oggi molti di quei bambini frequentano regolarmente la scuola e raggiungono livelli scolastici adeguati. E questo è un cambiamento profondo, se si pensa che quando sono arrivato io a Danisinni l’abbandono scolastico era altissimo.
Lo spazio è diventato un punto di riferimento non solo fisico ma anche simbolico: ha restituito dignità e fiducia a una comunità intera, partendo proprio dai suoi abitanti più giovani.

D. Il Caffè letterario da poco inaugurato è un altro tassello importante. Che ruolo pensate possa giocare nella vita quotidiana di Danisinni e nel dialogo tra residenti e visitatori?

R. Il Caffè letterario è il frutto di un’incubazione durata diversi anni. Un sogno coltivato a lungo, che oggi finalmente è venuto alla luce. Io lo considero una vera e propria nascita culturale, e non lo dico per caso. Bisogna sapere che a Danisinni non esiste nulla di commerciale: nessuna bottega, nessun panettiere, nessuno spazio pubblico fruibile come luogo di incontro.
Negli anni ci siamo convinti che la vera sfida fosse quella di portare Palermo dentro Danisinni, non solo nel senso fisico, ma come presenza culturale, come dialogo tra mondi diversi. Perché questo quartiere ha vissuto per decenni una profonda disillusione, un senso di abbandono e riportarlo a una condizione di cittadinanza piena richiede tempo, pazienza e perseveranza.
Il Caffè letterario è nato proprio con questa visione: offrire uno spazio dove svolgere attività culturali, sociali, artistiche – grazie anche all’aiuto di tanti volontari. Un luogo dove le persone che normalmente frequentano teatri, atelier e laboratori possano incontrarsi con chi vive qui, nel quartiere, per conoscersi, scambiarsi esperienze, rompere le barriere.
Perché la cultura – assieme all’educazione – è la base per costruire cittadinanza consapevole. Non si tratta solo di soddisfare i bisogni primari: è fondamentale anche nutrire la mente e lo spirito. Il Caffè letterario sta già ricevendo una buona accoglienza, ma come tutto ciò che nasce in contesti difficili, il percorso è lento. Serve tempo, costanza, fiducia nel valore di ciò che si sta costruendo.
Non possiamo pensare che qualcuno, senza alcun contatto con la cultura, si appassioni subito a Manzoni. Bisogna accompagnarlo, incuriosirlo, coinvolgerlo gradualmente, come abbiamo fatto anche con tante altre iniziative a Danisinni. Solo così, passo dopo passo, si crea un senso di appartenenza e di partecipazione vera.

D. Avete spesso coinvolto bambini e ragazzi nelle attività culturali ed educative. Qual è il valore di questa partecipazione giovanile, e che cambiamenti avete osservato in questi anni?

R. L’anima della rigenerazione di Danisinni nasce proprio dai bambini. Abbiamo deciso di puntare tutto su di loro, convinti che il cambiamento vero potesse partire solo da lì. Anche perché, per molti anni, il quartiere non ha avuto nemmeno un asilo nido: un vuoto educativo che si è fatto sentire per almeno due decenni. I bambini crescevano come potevano, un po’ per strada, un po’ secondo le urgenze quotidiane delle famiglie, spesso alle prese con difficoltà materiali e sociali.
Abbiamo voluto offrire loro un’alternativa. Attraverso laboratori, attività culturali, esperienze artistiche e incontri con mondi diversi, i bambini hanno scoperto la bellezza della conoscenza. E non solo: sono diventati a loro volta motore di cambiamento all’interno delle famiglie. Se prima in casa non si sapeva cosa fosse un caffè letterario, un teatro, un artista o una biblioteca, adesso sono spesso proprio i più piccoli a chiedere: “Portami lì!”, “Voglio fare questo laboratorio!”, “Andiamo a vedere quella cosa”.
Abbiamo anche cercato di trasmettere un messaggio fondamentale: lo studio è essenziale. Se non si studia, se non si coltiva la cultura, non si cresce come cittadini capaci di distinguere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato. E questo è un valore che, se radicato da piccoli, cambia davvero il destino di una comunità.
Per quanto riguarda i numeri: oggi ci sono circa un centinaio di bambini nel quartiere e almeno la metà è coinvolta direttamente e con continuità nelle attività che proponiamo, soprattutto nella fascia dell’infanzia e della prima adolescenza. Purtroppo, nella fascia più grande – quella adolescenziale – c’è ancora una certa dispersione, perché non tutti hanno beneficiato di un accompagnamento sin dall’inizio. Alcuni sono finiti nei rivoli della società dei consumi, attratti dai modelli esterni, spesso fuorvianti.
Ma i risultati si vedono. Rispetto a dieci anni fa, oggi quasi tutti i ragazzi arrivano almeno alla scuola media e molti proseguono con le superiori. Alcuni stanno perfino conseguendo il diploma. All’inizio, tanti inseguivano sogni imposti dal modello televisivo: volevano diventare calciatori, estetiste o sognavano la fama facile. Oggi invece vediamo scelte più consapevoli e personali: alcuni vogliono fare gli insegnanti, altri sognano di lavorare in ambiti professionali o artigianali.
E c’è chi pensa addirittura a carriere impensabili un tempo, come quella dell’educatore civico. La cosa più bella è che queste scelte non vengono più da fuori, ma nascono da dentro: dai desideri veri di questi ragazzi, finalmente liberi di immaginare un futuro diverso.

D. Danisinni resta ancora un quartiere con fragilità: disoccupazione, dispersione scolastica, carenza di servizi. Quali sono oggi le sfide più urgenti che sentite di dover affrontare?

R. La sfida più grande, e allo stesso tempo la più lenta e quotidiana, è quella di ricostruire un senso condiviso di responsabilità. Perché il problema non è solo la disoccupazione, o la mancanza di servizi: questi sono i sintomi. La fragilità profonda riguarda la perdita di un tessuto sociale capace di riconoscere il valore del bene comune.
Oggi il nostro impegno è far capire, soprattutto ai più giovani, che quando si sbaglia in un modo che colpisce gli altri, a perdere siamo tutti. Sbagliare non è solo compiere un atto grave: è anche gettare una cartaccia per terra, rovinare un murale, abbandonare un angolo del quartiere al degrado. Sono gesti piccoli, ma indicano una mancanza di consapevolezza del valore di ciò che ci circonda.
Spesso non sono neppure i ragazzi del quartiere a danneggiare, ma persone che non conoscono la storia e la ricchezza di ciò che stiamo costruendo. Basta poco per rovinare il lavoro di mesi e questa è una delle frustrazioni più grandi. Perché il nostro è un cammino lento e la rigenerazione – non solo urbana, ma anche sociale – richiede tempo e pazienza. Abbiamo alle spalle decenni di abbandono, istituzionale e umano e le ferite sono profonde.
Tuttavia, vediamo anche segnali positivi: quando qualcuno scopre che “si può fare diversamente”, spesso cambia atteggiamento. I bambini, ad esempio, imparano presto cosa si può fare e cosa no. Ma serve continuità educativa. Dobbiamo lavorare sulla sostenibilità sociale, non con le sanzioni, ma attraverso la formazione, la responsabilizzazione e l’esempio.
Il nostro obiettivo non è punire chi sbaglia, ma costruire insieme un nuovo patto di comunità. È questo il senso della sfida quotidiana che viviamo a Danisinni.

D. Come si articola oggi il rapporto con le istituzioni? Comune, Regione, realtà scolastiche: cosa ha funzionato e cosa invece è ancora un punto critico?

R. Il nostro primo e più stabile rapporto istituzionale si è costruito con le scuole del territorio.
Abbiamo cominciato da lì, coinvolgendo i bambini. È stato un lavoro lungo e paziente, ma anche molto fertile. Non ci siamo mai posti come antagonisti delle scuole, ma come alleati. Conoscevamo bene i nostri bambini, le famiglie, le dinamiche del quartiere. E sapevamo che quei bambini, se seguiti con continuità, potevano diventare una risorsa straordinaria.
Così abbiamo iniziato un percorso condiviso, presentandoci come gruppo legato alla parrocchia, insieme alle associazioni attive a Danisinni. Abbiamo offerto supporto educativo e relazionale, cercando di integrare e potenziare il lavoro delle scuole, non sostituirlo.
Uno dei momenti simbolici di questa collaborazione è stato durante il periodo del Covid, quando abbiamo capito che la DAD (didattica a distanza), per molte famiglie del quartiere, avrebbe significato esclusione totale. Da quel momento nacque il murale in fattoria, che rappresenta proprio il bisogno di restare connessi non solo a Internet, ma anche alla scuola, alla comunità, al futuro.
Il rapporto con le istituzioni pubbliche (Comune, Regione) è stato, invece, più complesso. Non per ostilità, ma per la lentezza della macchina burocratica. Noi, conoscendo bene queste dinamiche, ci siamo attrezzati: quando ci presentavamo con una proposta, lo facevamo con un progetto già pronto, dettagliato, con soluzioni operative, obiettivi chiari e documentazione completa. Dicevamo: “Se vuoi farlo, noi siamo pronti. Non dirmi che non si può fare, perché abbiamo già preparato tutto”. Questo approccio ha generato rispetto.
Ricordo che in un’occasione un sindaco, in un’intervista, disse: “Palermo è Danisinni e Danisinni è Palermo”. Per noi è stato un riconoscimento importante, la conferma che avevamo dato metodo e visibilità a un modello concreto di rigenerazione urbana e sociale.
Ma siamo anche consapevoli che non possiamo dipendere solo dalle istituzioni. La risposta più
significativa l’abbiamo ricevuta, inaspettatamente, da una Fondazione di Milano – Fondazione
Azimut – che ha creduto nei nostri progetti e ci ha sostenuto. Questo ci ha permesso di esistere, crescere e restare autonomi.
Il punto critico, purtroppo, resta nella visione che le istituzioni spesso hanno del terzo settore. Ci trattano come una realtà accessoria, marginale, un “aiuto sociale”. Ma non è così: noi siamo
competenti, radicati, capaci di generare valore. Solo che lo facciamo senza risorse, gratuitamente, spesso come volontari. Questo dovrebbe far riflettere: o ci si sostiene, o ci si dice chiaramente “non siete utili”. Noi invece chiediamo solo dignità e collaborazione vera.
In tutto quello che facciamo, non esiste l’io, esiste il noi. Ma il “noi” deve includere anche le
istituzioni. Perché quando ce la facciamo, è grazie a un lavoro comune. Quando non ce la facciamo, dovrebbe esserlo altrettanto. Come ti dicevo, molto di ciò che oggi esiste a Danisinni nasce da due elementi fondamentali.
Il primo è sicuramente l’arrivo di fra Mauro Billetta, l’attuale parroco, un frate cappuccino con un bagaglio di esperienze forti alle spalle. Nonostante fosse ancora molto giovane, aveva già vissuto la missione in contesti complessi: in Sud America, nei Balcani, in Medio Oriente. Aveva lavorato in strada, a stretto contatto con i giovani, e sapeva cosa significasse “stare sul campo”, affrontare le difficoltà reali. Quando è arrivato qui, ha trovato un quartiere abbandonato, segnato dalla marginalità e dalla disillusione. E si è chiesto: “Ma perché li hanno lasciati così?” Da quella amarezza è scaturita una spinta forte, una volontà di reagire.
Nel confronto quotidiano con lui, anche noi – ciascuno con il proprio bagaglio di esperienze – ci siamo messi in gioco. Io, ad esempio, venivo da un lungo percorso professionale nel mondo del lavoro, con esperienze in ambito commerciale, formativo e internazionale. Quando fra Mauro mi chiese: “Tu che vorresti fare?”, risposi: “Quello che ho sempre fatto, se c’è qualcosa da fare, facciamola.”
E così è stato. Ognuno di noi ha messo in campo le proprie competenze, le proprie energie. Non avevamo risorse materiali, ma avevamo tempo e spazio, e soprattutto avevamo volontà. Da lì è nata una visione nuova per il quartiere: non più un luogo solo bisognoso di aiuto, ma uno spazio dove costruire insieme, in orizzontale, un nuovo modo di abitare la comunità.
Abbiamo iniziato a dialogare con le istituzioni, con le persone che arrivavano da fuori, con chiunque potesse e volesse ascoltare. E se qualcuno pensava che fossimo sprovveduti, si ricredeva presto. Perché non eravamo ingenui: eravamo carichi di determinazione e capaci di far emergere un’idea forte, concreta, autentica.
Credo che il successo di questo nuovo periodo rigenerativo – che non cancella ciò che è stato fatto prima, ma lo rilancia – stia proprio in questo: nella capacità di passare da un’impostazione assistenziale a un metodo di coinvolgimento reciproco, prima una parrocchia, dei confratelli generosi e una forma di aiuto ai più bisognosi. Ma poi, con l’arrivo di nuove energie, abbiamo cambiato approccio: non più “ti porto qualcosa”, ma “ti porgo la mano per costruire insieme qualcosa di nuovo”.
È così che sono nate iniziative uniche, inclusive, dirompenti nel senso buono del termine, perché hanno saputo rompere lo schema della rassegnazione. Abbiamo dimostrato che anche in un quartiere fragile, con alti tassi di disoccupazione e dispersione scolastica, è possibile tenere accesa una luce, se si lavora insieme.

D. La trasformazione della scalinata che collega Danisinni alla Zisa è un potente simbolo urbano. Possiamo considerarla una metafora del vostro progetto?

R. Sì, assolutamente. Quella scalinata è molto più di un collegamento urbano: per noi è un simbolo concreto e profondo del percorso di rigenerazione che stiamo portando avanti a Danisinni.
Noi la chiamiamo la “Scala della grotta”, perché si trova accanto a una grotta che, secondo la memoria orale tramandata dagli anziani del quartiere e alcuni studi non ufficiali, risalirebbe addirittura all’età preistorica. Questa grotta si affaccia sul lato del vecchio fiume Papireto, un elemento naturale che da sempre ha segnato la geografia nascosta della città.
La scalinata in sé rappresenta un percorso di salita e di uscita: Danisinni è infatti chiusa in una conca, un luogo fisicamente e simbolicamente “depresso”, con un solo punto di accesso e uscita. La sua trasformazione ha un valore fondamentale: significa restituire apertura, connessione, passaggio.

Proprio per questo abbiamo lavorato per farla inserire ufficialmente nel percorso Arabo-Normanno UNESCO. È un tratto pedonale e quindi accessibile in modo lento, umano, sensibile. E lo stiamo valorizzando non solo dal punto di vista storico e artistico, ma anche come itinerario turistico- culturale, che consenta alla città di scoprire e attraversare Danisinni invece di lasciarla ai margini.
Potremmo dire che quella scala è una metafora perfetta del nostro progetto: un passaggio faticoso, costruito un gradino alla volta, che collega un luogo dimenticato alla grande storia, restituendo dignità, visibilità e futuro.

D. Se dovessi descrivere Danisinni a chi non lo conosce, usando un’immagine o una parola soltanto, quale sceglieresti per raccontarne l’anima profonda?

R. Una sola parola non basterebbe. Ne scelgo due, che sono anche il simbolo che ci accompagna fin dall’inizio del nostro percorso: la goccia e il sorriso.
La goccia rappresenta l’acqua, che è sempre stata presente a Danisinni, anche quando tutto sembrava secco, chiuso, dimenticato. È un elemento che scava con pazienza, che insiste, che non si arrende. E poi c’è il sorriso dentro la goccia, il simbolo del nostro spirito: quella voglia di comunità, di accoglienza, di ricominciare ogni giorno con un gesto di gentilezza.
Danisinni è un quartiere che non si può raccontare solo con i numeri o con le fragilità. È un luogo da scoprire e chi ha la fortuna di entrarci davvero, di ascoltarlo, ne esce trasformato. Io mi sento un privilegiato: ho ascoltato storie che pensavo di poter solo immaginare, e invece ho scoperto un’intensità umana straordinaria. Ho visto volti che sorridono pur nella fatica, bambini che ti insegnano il valore del coraggio, famiglie che resistono e cambiano.
Danisinni non è un lavoro, né un progetto da portare a termine. È un patto di umanità. Qui non si fa qualcosa “al posto di”: si cammina insieme, perché crediamo che tutti possano cambiare, anche chi è stato travolto dalla necessità, dagli abusi, dall’abbandono. Non ci interessa giudicare le storie: ci interessa trasformarle, con pazienza, con ascolto, con fiducia.
Come dice sempre fra Mauro: “Se viene meno la buona volontà, si spegne tutto.” Ecco, per me Danisinni è una goccia che continua a cadere e dentro quella goccia c’è un sorriso che non si spegne mai.

Grazie Giuseppe, è tra le mie interviste più belle