Dopo la bellissima esperienza sulle Madonie lungo la Via dei Frati1, ho scelto la Marsica, in Abruzzo, come territorio da scoprire, percorrendo il Cammino dei Briganti. Frati e briganti possono essere antitetici, ma se si parla di cammini hanno in comune l’attraversare posti affascinanti.
Quando mi chiedono perché continuo a percorrere cammini in Italia, invece di puntare su Santiago de Compostela, rispondo che non vedo perché andare così lontano, se nel nostro Paese ne abbiamo almeno cento censiti, per un totale di quasi trentacinquemila chilometri, ai quali si aggiungono gli ottomila del Sentiero Italia del CAI, che come le spire di un serpente si snoda prima lungo tutta l’arco alpino da Trieste al Colle di Cadibona, poi lungo la dorsale Appenninica fino allo Stretto, e infine, dopo una deviazione ad anello intorno alla Grande Madre Etna, arriva a Trapani. Tralasciare tutto questo per percorrere il Camino spagnolo sarebbe come andare a visitare l’Acropoli di Atene senza prima avere visto la Valle dei Templi di Agrigento o il bellissimo e ricchissimo parco archeologico della Neapolis di Siracusa.
Fra i tanti ho scelto il Cammino dei Briganti perché la retorica risorgimentale e postunitaria ci ha tramandato una storia abbellita, e anche omertosa riguardo a fatti che era meglio non si sapessero. Così, da vecchio meridionalista ho voluto rendere omaggio ai tanti che dopo l’Unità d’Italia si ribellarono ai nuovi padroni, ancora più duri e spietati dei vecchi, e per questo furono marchiati con un nome infamante e spietatamente perseguitati e sterminati.
E poi perché l’Abruzzo ha sempre avuto un posto molto importante nella memoria storica e affettiva della mia famiglia materna e ho voluto rinverdire questo legame.
Il Cammino dei Briganti ripercorre l’antica linea di confine tra lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie, seguendo le tracce dei ribelli che attraversando il confine potevano trovare rifugio nel territorio pontificio ancora indipendente. Ciò che durante la Resistenza facevano i partigiani che operavano al confine con la Svizzera.
Il Cammino è nato nel 2015 per iniziativa di Luca Gianotti, modenese trapiantato nella Marsica, guida professionista ed esperto di cammini, e ha riscosso da subito un grande successo, tanto che ad oggi è stato percorso da non meno di quarantamila camminatori.2
Il percorso è ad anello e si snoda al confine fra l’Abruzzo e il Lazio, ma va detto che diverse persone incontrate nella zona laziale si considerano abruzzesi, perché questa parte di territorio, il Cicolano, faceva parte dell’Abruzzo fino al 1928, quando confluì nella neonata provincia di Rieti.
Punto di partenza e arrivo del Cammino è il piccolo paese di Sante Marie (AQ), scelto come punto base perché nel dicembre del 1861 vi fu catturato e poi fucilato senza processo, il generale spagnolo José Borjes, che guidava i ribelli allo scopo di facilitare il ritorno dei Borboni sul trono di Napoli.
Sante Marie, come gli altri paesi e paesini che abbiamo attraversato, è il classico borgo appenninico, che nel nucleo più antico ha strade strette e belle abitazioni in pietra, delle quali mi hanno colpito le facciate, con porte di ingresso e finestre bordate da blocchi di pietra calcarea, che ai lati e nella chiave di volta sono decorati con fregi scolpiti a rilievo, con motivi floreali o simboli religiosi.

Siamo partiti, io e il mio compagno di Cammino, Gabriele, un martedì di settembre. «Partirono in due ed erano abbastanza», canta Antonello Venditti, ma nei Cammini non è così, perché quando si incontrano altri camminatori viene spontaneo proseguire insieme un tratto del percorso. A noi è successo il pomeriggio del primo giorno, quando abbiamo incrociato una coppia di coniugi bergamaschi, ed è stato piacevole proseguire conversando con persone che vivevano la nostra stessa esperienza, scambiando informazioni e ricordi sui viaggi fatti da ognuno.
Anche con gli abitanti dei paesi che si attraversano capita di fermarsi a conversare. Conversazioni a volte bizzarre, come quella con un passante incrociato nel primo paesino in cui ci siamo fermati a mangiare. Ha parlato solo lui, in realtà, raccontandoci la sua storia. Storia bizzarra, appunto, in particolare quando ci ha detto che Benigni si è ispirato a lui per il film Johnny Stecchino, lamentandosi per il fatto che l’ha ambientato a Palermo e non al suo paese. Quando si è allontanato, con Gabriele ci siamo guardati in faccia scuotendo la testa e chiedendoci «c’è o ci fa?»
Un’altra conversazione, interessante questa volta, l’abbiamo fatta con Anatolia, la proprietaria del B&B dove abbiamo pernottato la sera, dopo dodici chilometri e tre ore di cammino, soste escluse. Cammino (spesso attraverso boschi di querce o pascoli) facile da seguire perché quasi sempre i sentieri sono ben tracciati e segnalati e non c’è quasi mai bisogno di ricorrere alla mappa.
Il nome del B&B di Anatolia è in perfetta sintonia con il C.d.B., per il nome e per il murale che (come in tantissimi edifici dei paesi dell’intero percorso) ne decora la facciata.
Si chiama la Brigantessa, in onore delle donne che parteciparono attivamente alle lotte dei loro uomini, spesso imbracciando esse stesse le armi, anche in questo caso come le donne della Resistenza.
Il nome del B&B descrive un po’ anche la proprietaria, che come una brigantessa ha saputo reagire con determinazione a certe vicissitudini personali.

Mentre preparava la cena, che poi abbiamo condiviso, fra i tanti argomenti toccati ci ha parlato del Cammino e di come all’inizio era visto con diffidenza da molti degli abitanti. Quando lei ha iniziato a ristrutturare la sua casa per farne il B&B, un vicino l’ha messa in guardia contro i turisti che sarebbero arrivati, sostenendo che non erano interessati al turismo ma a rubare nelle case di loro residenti. «Io in cantina ho la motosega e il decespugliatore, e se me li rubano dovrai ricomprarmeli tu,» l’ha ammonita. Alla sua obiezione che sarebbe stato impossibile continuare il cammino con attrezzi così ingombranti, l’altro imperturbabile ha risposto «vengono per fare un sopralluogo e poi tornano in macchina per portarsi la roba.»
Paure forse comprensibili, inizialmente, in persone anziane e poco avvezze al turismo itinerante, ma che oggi sono del tutto superate, come noi e gli altri camminatori incontrati abbiamo potuto constatare in tutti i paesi attraversati, dove siamo stati accolti sempre con cordialità, dagli anziani forse ancora più che dai giovani.
Come in altre regioni meridionali, il cosiddetto brigantaggio ha avuto grande rilievo anche nel territorio marsicano, che essendo un limes, un luogo di frontiera, offriva i benefici a cui si è accennato, e per questo vi confluivano formazioni anche da provincie vicine.
Abbiamo detto che non poche furono le donne che affiancarono i loro uomini. La più famosa fu Michelina Di Cesare, compagna di Francesco Guerra, ex soldato borbonico, insieme al quale combatté le forze piemontesi e i grandi proprietari terrieri, finché nel 1868, furono catturati da una pattuglia con l’aiuto di un traditore, torturati e fucilati. Come usavano fare con i “briganti” uccisi, i soldati esposero i loro cori denudati e sfregiati, diffondendone le foto come monito alla popolazione (un «colpirne uno per educarne cento» ante litteram).
Michelina Di Cesare, benché probabilmente analfabeta, in un certo senso si può definire una donna moderna, perché sfruttò la sua immagine per propaganda ideologica, facendosi ritrarre con le armi in pugno.

Foto tratta da https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/michelina-de-cesare/
Il suo ricordo è vivo nelle tradizioni popolari dell’Italia Centro-Meridionale e a lei, fra l’altro, è dedicata una canzone di Eugenio Bennato, Il Sorriso Di Michela.
… E il vestito che tu indossi non è un abito da sposa
E il fucile che tu porti è un fucile vero e non una rosa…
… Così bella, così fiera, nella consapevolezza
Che più forte del brigante non può esserci che la sua brigantessa.
La prima, e soprattutto la seconda tappa, paesaggisticamente sono molto variegate, per l’alternarsi di zone boscose, in certi punti quasi selvagge, e di tratti urbanizzati, a volte anche troppo, come quando si passa sotto l’autostrada che collega l’Abruzzo con Roma.
Ma sono soprattutto i piccolissimi centri a colpire e affascinare. Minuscoli paesi in cui sono più le case che le persone, perché purtroppo, come nel resto d’Italia, i borghi montani si stanno sempre più spopolando e se iniziative come questo e altri cammini possono contribuire a fermarne il declino, sono ancor più benemerite.
Ripartiti il giorno seguente per la seconda tappa, dopo alcune ore fra fitti boschi abbiamo proseguito per alcuni chilometri su asfalto, per poi tornare sullo sterrato, prima attraversando pascoli, poi di nuovo nel bosco, ma questa volta molto meno fitto.
A Spedino, un paesino suggerito dalla Guida per la sosta pranzo, abbiamo ritrovato i coniugi bergamaschi conosciuti il giorno prima, insieme a un terzo che ha fatto il Cammino in solitario.
Anche in questo caso è stato spontaneo proseguire insieme, anche perché avevamo prenotato tutti nello stesso B&B.
Da Spedino abbiamo potuto ammirare, maestosi di fronte a noi, i due gruppi montuosi più alti della zona: i monti della Duchessa (quasi 2.200 mt nel punto più alto) e il Velino (2.487 mt), separati da una profonda spaccatura chiamata Vallone di Teve. Quel giorno abbiamo percorso venti chilometri, con diversi saliscendi, il primo dei quali abbastanza accentuato, ed eravamo molto stanchi, perciò ho osservato la Duchessa (che l’indomani sarebbe stata la nostra meta) con un certo timore, pensando ai mille metri di dislivello che avremmo dovuto affrontare.
Ma in quel momento la cosa più importante era percorrere i pochi chilometri che ci separavano da Cartore, la nostra seconda tappa, dove avremmo potuto riposarci.
Cartore è un minuscolo villaggio, ma nel contesto storico e geografico del Cammino dei Briganti è molto importante perché in passato fu base di una nota banda, e perché è la porta di accesso più diretta al Lago della Duchessa (che a sua volta richiama fatti storici molto più recenti). Nel 1861 i piemontesi sconfissero definitivamente le residue truppe filoborboniche e gli ultimi irriducibili, persa la guerra, si diedero alla macchia e iniziarono una vera e propria guerriglia. Diventati “Briganti” trovano rifugio nelle montagne, comprese quelle da noi attraversate e proprio Cartore fu base di una delle formazioni più importanti, finché a metà del 1863 la repressione militare divenne molto più efficace e la banda di Cartore fu sgominata, con arresti e fucilazioni sommarie.

