Fatte sedimentare le polemiche che hanno accompagnato l’infelice uscita dell’attuale presidente del Senato, secondo il quale il 25 aprile bisognerebbe rendere omaggio, oltre che ai partigiani, anche ai morti della Repubblica Sociale Italiana, vogliamo fare una riflessione più ampia sugli strascichi della guerra di Liberazione. Una riflessione che come italiani non siamo ancora riusciti a fare apertamente ma che forse, dopo ottant’anni, è giunto il momento di affrontare, perché, anche se si tratta di cose che fanno molto male, che ci piaccia o no fanno parte della storia del nostro Paese e per questo dobbiamo farci i conti (come andrebbero fatti anche riguardo al presunto brigantaggio seguito all’Unità e alle stragi ad opera dell’esercito sabaudo).
Parliamo delle violenze operate da frange di partigiani a ridosso della Liberazione e nei mesi successivi. Questa è una delle pagine più dibattute e a lungo silenziata della storia italiana, perché si è sempre fatta fatica a riconoscere che anche da parte dei nostri ci sono state violenze gratuite, fuori dalla legge, motivate solo da spirito di vendetta.
Per decenni il tema è stato oggetto di un duplice e opposto trattamento: da un lato l’omertà politica e ideologica di alcuni ambienti di sinistra, restii ad ammettere ombre sulla Resistenza. Dall’altro la strumentalizzazione neofascista, che ha usato questi crimini per equiparare partigiani e collaborazionisti e ribaltare il giudizio storico sulla guerra di liberazione. Solo una parte minoritaria della storiografia ha affrontato il tema con rigore, riconoscendo che certe violenze di partigiani furono un fenomeno reale, storicamente spiegabile (ma non giustificabile, s’intende) in quel contesto, fino al 25 aprile 1945, ma che dopo questa data ha assunto i contorni di una resa dei conti, di una “pulizia” che non ha niente a che fare con i giudizi dei tribunali.
Come sempre accade, è difficile quantificare il numero delle vittime e si possono fare solo delle stime. Al riguardo si leggono cifre disparate, quasi mai supportate da fonti verificabili e per questo non degne di considerazione. Al contrario, possiamo considerare attendibile, forse addirittura per difetto, il numero di 9.364 morti indicato dallo storico Guido Crainz nel suo libro “L’ombra della guerra. Il 1945, l’Italia” (Donzelli 2007). Crainz, docente di Storia Contemporanea all’Università di Teramo, si è basato su fonti d’archivio, un’indagine della Direzione generale di Pubblica Sicurezza, svolta alla fine del 1946, che mirava a censire i morti e i dispersi “per cause politiche” dall’aprile-maggio 1945 fino al momento della rilevazione.
Fra quei morti ci sono sicuramente ex repubblichini, ma potrebbero esserci, scrive Crainz, anche vittime di scontri politici tra ex partigiani di opposto orientamento e anche della delinquenza comune.
Quel numero potrebbe essere prudenziale, perché quell’indagine della polizia non comprendeva i dispersi mai ritrovati (corpi nelle fosse comuni, gettati nei fiumi o nelle cave), che in alcune zone erano una quota rilevante delle vittime. Inoltre, nelle province dove le violenze erano state più gravi i risultati del censimento potrebbero essere stati inficiati dalle coperture inevitabili in questi casi.
Lo storico tedesco Hans Woller, invece, basandosi su documentazione inedita italiana e alleata, indica in 12.060 nel 1945 e 6.027 nel 1946 le vittime delle vendette (Hans Woller, I conti con il fascismo. L’epurazione in Italia 1943-1948, Il Mulino, 1997).
Le zone interessate furono quelle dell’Italia Centro-Settentrionale dove, già dal 1919-1920, si era scatenata la violenza dello squadrismo agrario-fascista e dunque il ricordo di quelle violenze potrebbe avere suscitato il desiderio di vendetta (comprensibile ma non giustificabile, ripetiamo) dopo la caduta del regime.
Un caso molto noto è il cosiddetto Eccidio di Schio (VI) dove, nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1945, un gruppo di ex partigiani delle formazioni Garibaldi penetrò nel carcere della città e, non disponendo di elenchi di fascisti accertati, prelevarono a caso tra i 99 detenuti quelli da “giustiziare”, anche se molti di essi erano solo presunti fascisti e alcuni forse erano stati arrestati per errore. Le vittime furono 64 (40 uomini e 14 donne, la più giovane delle quali di 16 anni).
Un’altra strage famosa è quella del 27-28 aprile 1945 a Rovetta (BG), in cui furono uccisi quarantatré militi fascisti. Ciò che rende questa strage particolarmente infamante per i responsabili è il fatto che ai repubblichini era stata promessa l’incolumità se si fossero arresi. Invece l’accordo (verbale e scritto) non fu mantenuto e i prigionieri, dopo essere stati condotti al cimitero, furono uccisi con raffiche di mitra e poi sepolti sommariamente. I responsabili furono processati, ma rimasero impuniti perché, con sentenza della Corte d’Appello di Brescia del 21/4/1952, tutte le azioni compiute dai partigiani entro il primo maggio 1945 – ultimo giorno ufficiale della guerra – furono considerate «azioni di guerra» e come tali non punibili.
In tutte le regioni settentrionali si ebbero casi di giustizia sommaria contro i fascisti, ma il maggior numero di omicidi politici nel dopoguerra si registrò tra le province di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia. Omicidi, va detto, in cui le vittime non furono solo fascisti, ma anche proprietari terrieri, fattori e affittuari, per motivi politici o legati al conflitto agrario.
Fra le vittime non legate al regime ci furono il dottor Carlo Testa, membro democristiano del Comitato di Liberazione Nazionale, ucciso il 10/5/1945 a Bomporto (MO) e l’ing. Arnaldo Vischi. Questi, pur avendo avuto il benestare del CLN sul proseguimento del suo incarico di direttore delle OMI Reggiane, il 31/8/1945 fu ucciso da un commando di ex partigiani comunisti già dipendenti delle stesse Officine Reggiane.
Va ricordato che già il 28/7/1943 le Officine erano state teatro di un’altra strage ad opera di un distaccamento di bersaglieri in servizio d’ordine. Quel giorno nove operai, fra i quali una donna incinta, furono uccisi durante una manifestazione davanti alla fabbrica per chiedere la fine della guerra, manifestazione indetta sfidando le disposizioni estremamente ferree emanate da Badoglio, freschissimo capo del governo dopo la caduta di Mussolini.[1]
In molti altri casi le vittime non solo non erano fascisti, ma addirittura si trattava di partigiani e antifascisti. Dall’estate del 1945 all’agosto del 1946 tra modenese e reggiano furono compiuti 12 omicidi nei confronti di persone non fasciste o apertamente antifasciste. Uno di questi fu il giovane partigiano cattolico delle Fiamme Verdi Giorgio Morelli, che per primo aveva issato il tricolore sul municipio di Reggio Emilia il 24/4/1945, ucciso per avere denunciato attraverso il suo giornale La Penna, abusi e crimini perpetrati da ex compagni di lotta legati al PCI.[2]
Fra le vittime di formazioni partigiane comuniste, tra il 1944 e il 1947 ci furono circa 130 sacerdoti e seminaristi, uccisi in particolare in Istria e nel “triangolo rosso” tra le province di Ferrara, Bologna e Reggio Emilia. Il caso più noto è quello di Rolando Maria Rivi, beatificato nel 2013, seminarista quattordicenne, rapito il 10/4/1945 da un gruppo di partigiani comunisti e ucciso con due colpi di arma da fuoco dopo essere stato percosso. Nel 1951 la Corte di Assise di Lucca condannò i responsabili a 23 anni di reclusione.
Prima di concludere ci sia consentito un ricordo familiare, un ricordo bipartisan, come si dice oggi, perché riguarda tre cugini di mio padre, cugini fra loro, morti su fronti opposti.
Sarino, soldato semplice in Montenegro, dopo l’8 settembre per non consegnarsi ai tedeschi si arruolò nella Brigata Garibaldi all’estero e lì morì poche settimane dopo. Per gli altri due, Cesare e Felice, in realtà non si può parlare di fronte opposto, perché erano due adolescenti la cui unica colpa era di essere figli di un gerarca fascista torinese e per questo uccisi dai partigiani alla vigilia della Liberazione. Per sottrarre la famiglia ai rischi dei bombardamenti alleati su Torino, e anche per proteggere i figli da possibili vendette politiche, la mamma li aveva portati in provincia, ma questo non bastò.
Il perché di tutte queste uccisioni che macchiano il ricordo della Resistenza, si può spiegare – ma non giustificare – con diverse cause. La principale è probabilmente la memoria della repressione nazifascista. Infatti gli episodi sono concentrati nelle regioni dove più a lungo e più ferocemente aveva infierito la repressione dei tedeschi e dei repubblichini.
Non meno importanti furono le motivazioni ideologiche e di classe, visto che una parte delle uccisioni aveva un carattere esplicitamente rivoluzionario e ad essere colpiti furono proprietari terrieri, industriali, sacerdoti. Colpiti come membri della borghesia, da quelli che allora qualcuno magari avrà definito “compagni che sbagliano”, come negli anni Settanta altri avrebbero definito, in qualche modo giustificandoli, i brigatisti rossi.
Infine, una quota non trascurabile degli episodi nascondeva rivalità personali, vendette private o saccheggi mascherati da giustizia politica.
Dopo la nascita della Repubblica, il governo De Gasperi, di cui era ministro della Giustizia il leader del PCI Palmiro Togliatti, emanò un’amnistia di cui beneficiarono migliaia di fascisti e collaborazionisti, ma anche partigiani autori di eccidi e di moltissimi altri casi di giustizia sommaria. Il provvedimento pose fine di fatto alla maggior parte dei procedimenti giudiziari in corso, cristallizzando una situazione di sostanziale impunità che ha pesato per decenni sulla memoria collettiva italiana.
Benché le vittime dei nazifascisti siano state infinitamente più numerose (oltre 23.000 vittime civili solo nelle stragi documentate), anche le violenze partigiane furono reali e gravissime, ma non per questo possono essere utilizzate per sminuire il valore della lotta di liberazione.
Il giudizio storico-morale rimane quello espresso dall’ex partigiano cattolico Ermanno Gorrieri: «I delitti che hanno colpito i fascisti dopo la Liberazione, anche se in parte furono atti di giustizia sommaria, non sono giustificabili, ma sono comunque spiegabili con ciò che era avvenuto prima e con il clima infuocato dell’epoca. I fascisti non hanno titolo per fare le vittime».
[1] https://www.officinemeccanichereggiane.it/storia/
[2] https://www.gazzettadireggio.it/reggio/cronaca/2022/08/09/news/settantacinque-anni-fa-la-morte-del-solitario-partigiano-cattolico-1.100068161
