Nel cuore antico di Palermo, c’è un luogo che racconta una storia dimenticata. Un obelisco sobrio, quasi invisibile, si erge in piazza XIII Vittime. Pochi ne leggono l’iscrizione, ancora meno conoscono i nomi incisi nella pietra. Eppure lì, il 14 aprile 1860, tredici uomini furono fucilati dal regime borbonico. Il loro crimine? Aver sognato una Sicilia libera.
Lino Buscemi, con penna lucida e appassionata, ha recentemente riportato alla luce questa pagina tragica e luminosa della storia risorgimentale, nel 165° anniversario dell’insurrezione popolare nota come la rivolta della Gancia. Un episodio chiave – eppure colpevolmente dimenticato – nella lunga marcia verso l’unità d’Italia.
Una scintilla accesa nella notte del dominio borbonico
Era il 4 aprile 1860. Nel convento della Gancia, nel quartiere Kalsa, un gruppo di rivoluzionari palermitani si era raccolto per dare il via a un moto armato contro la monarchia borbonica. A guidarli, Francesco Riso, trentacinquenne di origini umili ma di animo alto, già noto per il suo impegno patriottico.
Il loro piano, però, fu tradito: un infiltrato fece giungere la notizia alla polizia segreta borbonica. Le truppe accerchiarono il convento. Lo scontro fu violento. Riso fu ferito gravemente e morirà ventiquattro giorni dopo. Altri cinque morirono subito.
Solo due uomini, Gaspare Bivona e Filippo Patti, riuscirono a fuggire grazie a un ingegnoso diversivo organizzato dalle scupariote, le energiche fabbricatrici di scope della zona: la “buca della salvezza” ancora oggi si può vedere, come feritoia nella storia e nella coscienza.
Tredici nomi, tredici vite
Ma il sangue non era bastato. Il 14 aprile, senza processo, tredici patrioti furono giustiziati per rappresaglia. Erano:Michelangelo Barone, Gaetano Calandra, Sebastiano Camarrone, Cono Cangeri,
Andrea Coffaro, Domenico Cucinotta, Nicolò Di Lorenzo, Michele Fanara, Giovanni Riso (padre di Francesco), Giuseppe Teresi, Liborio Vallone, Pietro Vassallo, Francesco Ventimiglia. Uomini comuni, spesso giovani, che avevano scelto la via più difficile: quella della ribellione a un potere tirannico. Le loro salme furono in seguito trasferite al cimitero di Santo Spirito, insieme a quella di Francesco Riso.
La memoria come dovere civico
L’obelisco in piazza XIII Vittime è oggi un testimone silenzioso. Non basta più. Come denuncia Buscemi, le istituzioni locali hanno dimenticato questi martiri. Ma è forse più grave la dimenticanza collettiva, quella dell’opinione pubblica e della scuola. I tredici della Gancia non hanno avuto l’onore dei libri di testo, né delle grandi commemorazioni. Eppure, furono il prologo di un’Italia unita. Senza il loro sacrificio, lo sbarco dei Mille, l’11 maggio successivo, non avrebbe avuto lo stesso significato.
Fare memoria non è solo un atto commemorativo: è un gesto politico, culturale, educativo. È ricordare che la libertà non è mai gratuita. È l’eredità di scelte coraggiose, spesso estreme, fatte da chi ha messo il bene comune davanti alla propria vita.
Una città che merita di ricordare
Palermo deve ai tredici della Gancia non solo un tributo, ma un impegno. Occorre trasformare quella memoria in qualcosa di vivo.
Per esempio, istituendo un itinerario urbano della memoria risorgimentale, che includa i luoghi della rivolta: la Gancia, piazza XIII Vittime, via Alloro, il cimitero di Sant’Orsola; dei progetti didattici nelle scuole, con laboratori, letture, visite guidate, mostre; una giornata civica ufficiale, ogni 14 aprile, dedicata ai tredici fucilati; la digitalizzazione di tutti i documenti, lettere, testimonianze, per rendere accessibile a tutti questa parte fondamentale della nostra storia.
Oggi, più che mai, in un’epoca in cui la democrazia appare spesso fragile, riscoprire figure come quelle dei tredici della Gancia significa tornare alle radici del nostro essere cittadini. Non eroi mitici, ma uomini veri, capaci di scegliere il sacrificio in nome della dignità.
I tredici della Gancia sono una pagina di storia ancora aperta. Ricordarli non è solo un gesto di pietà. È un atto di speranza. È dire, con fermezza, che Palermo non dimentica chi ha amato la libertà più della vita.