Intervista di Francesco Pintaldi al prof. Carmelo Montagna
Ci sono luoghi che non si attraversano semplicemente: si abitano, anche solo per un istante. La Gurfa, straordinario complesso di grotte artificiali situato a pochi chilometri da Alia, nel cuore della Sicilia interna, è uno di questi. Per Carmelo Montagna — architetto, ricercatore e autore del libro La via della Thòlos — la Gurfa non è soltanto un sito archeologico, ma una soglia tra visibile e invisibile, tra paesaggio e pensiero, tra storia e mito. In questo luogo scavato nella roccia si condensano millenni di memoria mediterranea, che l’autore rilegge con uno sguardo appassionato, ma rigoroso, muovendosi tra archeologia, architettura, cosmologia, filosofia e spiritualità.

L’intervista che segue nasce dal desiderio di esplorare più a fondo il senso di questa “via”, che è allo stesso tempo un cammino tra le civiltà del passato e una proposta per il futuro: un’educazione al simbolo, una rinascita del paesaggio culturale come occasione di crescita, conoscenza e bellezza.
Nel dialogo, Montagna ci accompagna lungo le stanze dell’ipogeo, svelandone le molteplici letture: da quella dedalica e mitica a quella scientifica e storico-artistica, fino a proporre una nuova idea di turismo culturale e una “scuola della Gurfa”, che non insegna soltanto cose, ma forma visioni. Quella che ci offre è un’esperienza iniziatica nel senso più autentico: un invito ad andare oltre la superficie, per ritrovare un centro perduto — simbolico, umano, spirituale — in un’epoca che troppo spesso si è allontanata da sé.
Chi è Carmelo Montagna

Architetto, ricercatore e autore, Carmelo Montagna dedica la propria attività allo studio e alla valorizzazione dei paesaggi culturali protostorici della Sicilia. Storico collaboratore di scavi e musei (Marianopoli, 1977), si è specializzato nella ricerca archeologica e architettonica, con particolare attenzione alla Gurfa: un complesso ipogeico che ha approfondito da vicino fin dalla laurea (1980–81).
Il suo approccio interdisciplinare coniuga rigore storico, basato su metodologie formali, sociologiche, iconologiche e strutturaliste, con una visione esperienziale trascendente. Nel suo libro La via della Thòlos, Montagna interpreta la Gurfa come “Palazzo Filosofico di Metafisica Concreta”, esplorando dimensioni mitologiche (Dedalo, Minosse), cosmologiche, religiose e simboliche.
L’intervista
D. Nel tuo libro, la Gurfa viene presentata non solo come un sito archeologico, ma come un’esperienza esistenziale e metafisica. Quando hai sentito per la prima volta che questo luogo meritava un “racconto iniziatico”?
R. Il mio interesse per quelle “strane grotte” è molto antico; posso dire che appartiene al “sempre” e risale almeno al 1977, con la collaborazione volontaria da studente di Architettura alla promozione degli scavi ed all’allestimento del Museo Archeologico di Marianopoli, con la “scoperta” degli studi ancora da svolgere per la protostoria dei luoghi, di quella che nel 1958 L. Bernabò-Brea chiamò La Sicilia prima dei Greci. In questo contesto di ricerca territoriale ed in particolare durante i sopralluoghi del 1980-81 per la Tesi di laurea incontrai, per sbaglio, gli Ipogei della Gurfa e da allora me ne sto occupando. Capii subito che era necessario intanto evitare di contribuire a ”sbagliare storia”, come imparai da Giovanni Cantoni; perché quando si sbaglia storia, poi si sbaglia tutto il resto. Fra i pochi altri coraggiosi indagatori trovati per strada mi limito a citare solo quelli non più tra di noi: da Silvana Braida e Padre Benedetto Rocco, ai compianti amici e studiosi Pasquale Culotta, Primo Veneroso, Bent Parodi, Aurelio Pes, ed Alessandro Musco, che fu il più determinato e deciso nel sostenermi anche editorialmente. Persino la “benevola avversità” di Giovanni Mannino mi è stata utile, per i suoi accalorati interventi contro tutti quelli, come Silvana Braida Padre Benedetto Rocco o per ultimo come me, che non sostenevano la posizione di “archeologia ufficiale” dell’ambiente in cui lavorava e si era formato come collaboratore e studioso autodidatta, a comprensibile copertura di “disattenzioni”, studi adeguati ed interventi alla Gurfa. Negli ultimi tre anni, per il supporto avuto nella ricerca l’accredito editoriale e la preziosa prefazione al testo di cui parliamo, ringrazio con stima e gratitudine Gugliemo Bilancioni, per la proposta, realizzata, di scrivere “un bel libro di Scienza degli Ipogei”. Altro doveroso ringraziamento devo alla acuta analisi archeostronomica totalmente inedita agli studi, sulla mappa del Cielo della Gurfa, che Elisa Chimento ha voluto donarci per chiudere significativamente la Via della Thòlos. Per quanto invece riguarda le possibili mie motivazioni simboliche o “iniziatiche” come le definisci, dico semplicemente che nella storia dell’architettura, si intrecciano sempre con il percorso di molte altre discipline storiche, fra le quali la storia delle religioni, la storia della filosofia, la storia dell’arte, la storia della musica, la storia della scienza. Sono dunque da mettere nel cassetto degli attrezzi “materiali dell’Architettura”. Una trasversalità da “scienza diagonale”, che costituisce la migliore prova dell’importanza, diremmo anzi dell’insostituibilità che rivestono queste discipline nella ricostruzione della storia del pensiero e della cultura di tutte le civiltà. Come opera d’arte la grande Architettura possiede la caratteristica fondamentale di avere l’Aura della sacralità, che rimanda ad un “aldilà”: “Ogni autentica opera d’arte è essenzialmente ‘escatologica’ e proietta il mondo al di là, verso qualcosa che verrà” diceva Romano Guardini.
D. La tua analisi attraversa epoche e saperi molto diversi: archeologia, mitologia, cosmologia, filosofia. Come riesci a mantenere un equilibrio tra rigore storico e libertà interpretativa senza cadere nel mito puro o nel saggio tecnico?
R. Argomento complicato da riassumere brevemente. Da addetto ai lavori mi permetto di rinviare come promemoria alle metodologie scientifiche della moderna ricerca storico-artistica, che sono vere “scuole” d’indagine strutturate: a) La metodologia formalistica. b) La metodologia sociologica. c) Il metodo iconologico. d) Lo strutturalismo. Per quanto riguarda la mia ricerca, su un possibile e necessario percorso di analisi, comprensione e recupero nel suo rapporto con l’Arte, l’Architettura ed i Segni dei tempi, un cenno a parte merita una ‘Scuola poco accademica’, che più che di Critica si occupa essenzialmente di ‘visioni del mondo’ e di ‘critica della modernità’ nel nostro Occidente, di cui le manifestazioni costruite o artistiche sono uno dei sintomi-linee di tendenza più importanti ed evidenti nell’epoca del suo spengleriano Tramonto. A questa Scuola mi sono idealmente iscritto per queste ricognizioni sulla Via della Thòlos, aggiungendola alla poderosa analisi dell’Iconologia. Gli Ipogei della Gurfa, con lo straordinario impianto rupestre Tomba-Tempio-Santuario, “Palazzo Filosofico di Metafisica Concreta” (per usare una bella sintesi linguistica di Massimo Cacciari) sono quindi l’esperienza e la sfida di indagine scientifica più appropriata per quelli iscritti al “Circolo degli Apoti”, come diceva Giuseppe Prezzolini: cioè di “quelli che non se la bevono” la vulgata consolatoria accreditata dagli improvvisati indagatori (che tirano ad indovinare cose ovvie) e dai circoli più o meno “ufficiali” che hanno dedicato poco o niente alla Storia dell’Architettura “più antica degli antichi” in Sicilia. C’è poi il necessario riferimento sulle eccezioni ordinarie del termine ‘storia’ importantissimo per indagini storiche, come la mia, su siti “difficili”. Sono debitore per questo a Franco Cardini (La deriva dell’Occidente, ed. Laterza, 2023), dal quale ho imparato che c’è da una parte la somma narrata delle ‘cose avvenute’, dall’altra quella che Erodoto chiama ‘esposizione della ricerca’, che è la storiografia. Sotto questo profilo la storia, come storiografia, è scienza non ‘pura’ bensì ‘applicata’. In altri termini, che l’indagine dello storico abbia come scopo la ricerca della verità è nella più benevola delle ipotesi un’interpretazione etica di per sé non pertinente al suo statuto intimo. La storiografia è affine alla politica: non è suo compito scoprire e dimostrare cose esattamente conformi alla verità- realtà, al passato. Suo scopo è l’interpretazione critica della realtà. Per la seconda parte della domanda, circa l’equilibrio tra rigore storico e libertà interpretativa senza cadere nel mito puro o nel saggio tecnico rimando alla sintesi magistrale che ne ha fatto, da grande storico dell’architettura, Guglielmo Bilancioni nella Prefazione al libro: “Architettura di culto -e non soltanto, è evidente, grotta o caverna, o spelonca, forno o granaio- luogo dal Genius Loci impressionante, grembo di riti ancestrali e sacrifici ancora misteriosi, radicati negli elementi dei primordî, più antichi dell’antichità, spiega Montagna; la Gurfa è, come ogni Thòlos, il perno di una conoscenza hieroeidetica, immanente e immutabile, ove il Sacro e la Visione sono una cosa sola. E l’unione di Sacro e Visione è l’essenza di ogni mistica. …In queste pagine, oltre all’aspetto mistico del fenomeno viene indagato anche l’aspetto mitico: Dedalo, Cocalo e Minosse.
Una storia vertiginosa: Re, eroi, traffici navali di provenienza egea, minoica e micenea e i primi rapporti fra Creta e la Sicilia sono all’origine di tutto questo.”
D. Nel testo si avverte una forte componente simbolica legata al “Centro”. In che modo la Gurfa può essere letta come un Pantheon dei Sicani e quale messaggio ancora ci trasmette oggi questo “ombelico della Sicilia”?
R. Con rimando più preciso ai capitoli III.9 e IV.9 del libro, ribadisco che per la comprensione della Storia umana bisogna attrezzarsi a cogliere, sulla sottile linea di distinzione fra il visibile e l’invisibile, il fondale oggettivo della scena su cui scorrono gli eventi del Paesaggio Culturale che ci circonda; per articolarne le differenze che creano, o nascondono, le specificità dei luoghi. La costruzione dell’Architettura, in funzione dell’abitare fra Terra e Cielo, partecipa alla dotazione di senso che vi attribuiamo. L’uso di particolari codici culturali e tipologie d’impianto definisce l’ambito dei riferimenti di genealogia e Tradizione, smarriti i quali si esce dalla Storia per sopravvivere nella indistinta cronaca della quotidianità. E’ il processo della perdita del Centro, sintomo e simbolo epocale molto ben analizzato da Hans Sedlmayr nelle arti figurative degli ultimi due secoli (Perdita del centro, ed. Rusconi, 1974) , che caratterizza tanti aspetti della nostra contemporaneità, compreso quello di smarrimento del senso profondo delle Origini; che vale anche come premessa al nostro complesso discorso. Sulla base di queste considerazioni preliminari ho tentato di definire un inedito ‘itinerario di scoperta’, nel cuore del Mediterraneo antico, che è la Sicilia nella sua parte più suggestiva e ‘mitica’, la Chora di Kamikos della protostorica Saga di Kokalos e Minos, sulle tracce megalitiche rupestri in ipogeo della superstite Architettura Dedalica, confusa e ‘persa’ nel paesaggio agrario del latifondo contadino. Questo itinerario nel Mito, che narra una storia ‘vera’, arriva al complesso rupestre della Gurfa, impropriamente chiamate ‘Grotte’, con un vero e proprio ‘viaggio culturale’: la nostra Via della Thòlos. Dopo avere allineato i millenni scopriremo che alla Gurfa c’è un Tesoro, come quelli greci di Minyas ad Orchomenos o di Atreo a Micene, pervenutoci in condizioni di fortuna per il plurisecolare abbandono e l’uso improprio nel latifondo contadino. Un dedalico Tesoro di pietra alla Gurfa, di orizzonte remoto, sulla base del confronto tipologico e compositivo con quello che resta di archeologicamente accertato e visitabile nei celebri siti ellenici dei cui favolosi tesori parla Omero nell’Iliade, dell’età del Bronzo datati attorno al XIV sec. a.C.. La medesima memoria eroica omerica è legata a sepolture a thòlos, come nel caso di Diomede, compagno di Ulisse, alle isole Tremiti, o del ‘Santuario delle Madri’ Sicano di Engyon dove il cretese Merione portò le armi di Ulisse che vi si veneravano, o dell’originario santuario del Pantheon a Roma, che ci appare così simile alla thòlos della Gurfa per il ‘foro’ di sommità della cupola, per la suggestione del fascio luminoso che simboleggia la Ierofania della ‘presenza divina’, nel luogo in cui secondo la Tradizione Romolo, discendente del troiano Enea, ‘ascese al cielo’.
D. Parli di architettura “dedalica” e della presenza di una possibile tradizione artigianale e costruttiva mediterranea comune. La Gurfa può essere considerata una delle chiavi per decifrare la vera portata del mito di Dedalo?
R: Ciò che colpisce il ricercatore-viaggiatore che affronta la complessa questione della Gurfa, con decine di altri ambienti minori simili, è l’azione sistematica di rimozione del problema, rispetto alle domande che il complesso ipogeico pone. Eppure alla Gurfa c’è un insediamento rupestre di grande impatto estetico, con caratteri propriamente monumentali, poiché siamo in presenza di uno straordinario palazzo arcaico, un Palazzo Filosofico concreto ma quasi fiabesco, rimasto appartato al confine mediatico dell’invisibile. Dalle tracce emerse si può sostenere che vi opera la Scuola di pensiero dedalico di uno dei grandi ed antichi artefici-costruttori del Mediterraneo; a quel che sembra forse il più grande architetto della protostoria siciliana, almeno fino alla costruzione già in tempo storico del tempio di Eracle ad Agrigento (fine del VI sec. a.C.), o del tempio di Apollo a Siracusa (inizi del VI sec. a.C., forse il più antico di Sicilia). In assenza di altri riscontri, molto probabilmente è da identificare con la stessa figura mitologica di Daidaleos-Dedalo, impegnato nella realizzazione della sepoltura della figura mitologica di Minos-Minosse in Sicania. Quello che realizza, ancora visibile alla Gurfa, non è solo una imponente sepoltura annessa ad un grandioso Tempio-Santuario della Grande Madre mediterranea: una straordinaria macchina universale per la conquista dell’immortalità. Quanto alla Tradizione Dedalica in Sicilia ho ritenuto di fare chiarezza “ufficiale” su “cosa è la Gurfa”, almeno nei suoi caratteri di appartenenza “genealogica”, visto che non possiamo “metterla a sistema” contemporaneamente come “fossa granaria grande”, o in subordine “archeologia minore”, realizzata in fasi varie di un indistinto e complicato “medioevo” o come “ipogeo protostorico memoriale di Dedalo e Minosse” nella Saga di Kokalos in Sikania. Punto di forza per delineare il contorno totalmente inedito per la Storia dell’Architettura in Sicilia sta nel concetto di Architettura di Tradizione Dedalica. Ne ho trovato la sintesi che ne fece nel 1964 l’archeologo Giacomo Caputo nella citazione di orientamento che riporto: “…la Sicania vera e propria è la costa della Sicilia centro-meridionale e del suo retroterra: la immaginiamo quasi come un triangolo con il suo vertice sul Tirreno… un problema fondamentale della storiografia siciliana…che si può indicare e rappresentare – simbolicamente – con tre nomi: Minosse, Dedalo e Cocalo re dei Sicani. … un evo vero e proprio. … nulla vieta che lo si chiami con la parola ‘dedalico’. … Si dirà dedalico il filone che si riallaccia alla tradizione dello sbarco di Minosse, insieme con Dedalo, sulla costa sicana. … il termine, pur convenzionale di ‘dedalico’, si può e potrà ancora meglio applicare, quando e dove si conservi la testimonianza sul terreno, che possa riportarsi al periodo protostorico. E questo, mi pare, il caso delle manifestazioni monumentali rupestri di S. Angelo Muxaro… attraverso il supponibile apporto di tecnici, adombrati nel nome di Dedalo, costituente l’ossatura architettonica della Sicania, quale, sia pure teoricamente, riteniamo di potere già intravedere”. (Da: Giacomo Caputo, Tradizione e corrente architettonica ‘dedalica’ nella Sikania, in: Kokalos, X-XI 1964-1965). Ricominciamo da qui.
D. Nel libro si accenna al silenzio come dimensione rivelatrice, quasi più eloquente della parola. Hai mai vissuto personalmente un’esperienza “mistica” nel cuore della Tholos?
R. Per scelta personale di distacco emotivo dall’argomento che, alla fine, ha come chiave di lettura le Ierofanie verificate a date rituali precise, che portano diritto al Mistero degli antichissimi vertiginosi Grandi e Piccoli Misteri, per come ne abbiamo scarne notizie storiche da Eleusi e dal mondo egizio, ritengo sia opportuno non esprimere la mia opinione ma cercare di cogliere il senso complessivo del discorso che stiamo cercando di fare, con rinvio particolare alla domanda in cui mi si chiede del perché non ne ho parlato, per esempio in termini poetici teatrali o in forma di romanzo.
D. Hai definito la Gurfa come “fuori dal mondo” e al tempo stesso al centro di rotte simboliche e ancestrali. Ritieni che questo luogo possa diventare un punto di riferimento per un nuovo tipo di turismo culturale e spirituale?
R. L’arte antica, o di Tradizione, è quasi sempre sacra con forti riferimenti al mondo simbolico. Quando la troviamo nei musei significa che è stata sottratta al suo ambiente originario. L’arte contemporanea è dissacrante per statuto. Non è fuori luogo fare osservare che il greco “daimon”/diabolos, l’ebraico “satan”/avversario, è “colui che divide”, significativamente antitetico a “simbolon”, “ciò che unisce”. L’architettura, in particolare quella al servizio del Sacro, è arte di confine e di sintesi estetica, che spesso per noi è solo anestetico: “percepire attraverso i sensi”. Il senso stesso del fare artistico oscilla da sempre sulla doppia natura della realtà che si vuole rappresentare: ciò che non si vede (in pittura, per esempio, fino a Giotto) o ciò che si vede (in pittura, per esempio, Caravaggio). In entrambe le atmosfere culturali deve prevalere, tranne che in rari casi, la chiave di lettura simbolica o iconografico/iconologica, il paradosso simbolico della presenza invisibile del corpo visibile. Il senso profondo in arte scaturisce perciò dalla considerazione che i simboli sono evidenze storiche, estetiche e culturali il cui senso non si esaurisce al primo sguardo ma che richiedono interpretazioni, incardinati come sono nei processi profondi della memoria delle culture. La natura stessa della Luce veicola la visione, nel sistema di “cose invisibili manifestate visibilmente” di cui parla San Paolo e che, per essere concretamente percepita ha bisogno dell’oscurità. Le esperienze esoteriche e/o mistiche più importanti nella storia delle religioni sono sempre avvenute nel buio delle grotte o di architetture poderose, dove di manifestano suggestive Ierofanie, come le definisce Mircea Eliade, nell’abbagliante Luce delle Tenebre: “L’architettura delle caverne è, dunque, un insostituibile regesto della storia” (M. Nicoletti). Nelle nostre più recenti ricerche, sulle tracce dell’Architettura Dedalica, “più antica degli antichi” in Sicilia in questo ci siamo imbattuti e ne diamo cenno di orientamento nel, che traccia una importante ed inedita direzione di studio ancora in corso.
D. Spesso citi studiosi “eretici” o voci fuori dal coro, come Felice Vinci o Bernard Sergent. Quanto è importante oggi il coraggio dell’interpretazione alternativa nei campi della storia e dell’archeologia?
R. Assieme all’imponente e serio lavoro di ricerca fatto da Sergio Frau sull’altro Mediterraneo Sardo-Iberico della favolosa Tartesso-Scheria-Atlantide, ho ritenuto opportuno incardinarne le informazioni preziose nella mia ipotesi di Via della Thòlos, proprio perché a volte è necessario portare le sollecitazioni ai limiti estremi della resistenza dei materiali, in scienza delle costruzioni fino al punto di rottura, per verificarne proprietà e dati conoscitivi da applicare poi in regime di sicurezza e ordinarietà strutturale. Nel campo delle ricerche storico-culturali come la nostra questo “coraggio” è dato possederlo solo ai “non-specialisti” dello stretto ambito accademico, spesso autoreferenziale e ben chiuso da dentro; sono questi ricercatori indipendenti che spesso spostano i paletti di confine presidiati, purtroppo, dalla attenta “polizia accademica”. Per la Gurfa ho capito che toccava a me farlo e sono qui a parlarne.
D. Se dovessi immaginare una “scuola della Gurfa”, un luogo di pensiero e formazione che nasca da quel sito, quali discipline vi troverebbero posto?
R. E’ doveroso segnalare, per quanto ne ho potuto capire da “forestiero”, che l’interesse intellettuale locale, più o meno “coperto”, non è mai venuto meno per queste “grotte” piene di mistero; al punto che Ciro Leone Cardinale attorno a fine 1800 ne parlava esplicitamente non come di generico “granaio” ma di un autentico “tempio del Sole” in triste stato di degrado. Stessa attenzione che vi dedicò qualche tempo prima Luigi Tirrito, con particolare attenzione ai “geroglifici egizi” che fu ancora in tempo di leggere graffiti sulle pareti esterne. Incuriosisce attualmente la presenza in areale Gurfa Valledolmo la presenza operativa di un’autentica “scuola di formazione platonica” diretta da Giuseppe Muscato con tante collaborazioni di prestigio, fra cui Mariella Di Baudo ed Elisa Chimento: forse una “fioritura spontanea” di interessi cognitivi profondissimi? Il lavoro culturale-metapolitico che è necessario mettere in campo come tappa successiva a questi studi molto specialistici sugli Ipogei è una vera e propria strategia didattica per la Via della Thòlos, centrata sul Paesaggio Culturale come risorsa dello sviluppo sostenibile. Con il libro ci sembra di avere delineato un primo contributo di idee e progettualità per la realizzazione concreta della “strategia del Tridente” – Saperi, Sapori e Mestieri – in una concreta Via della Thòlos, per farne volano di sviluppo socio-economico compatibile con la vocazione dei luoghi. In particolare deve trattare dei percorsi protostorici della sicana Valle del Platani- Halykos, antica “Porta d’Europa”. Le discipline scolastiche interessate, oltre l’obbligo di Educazione Civica, devono essere quelle proprie e più adeguate di ciascun livello formativo. Tematica centrale, da adattare a tutti i livelli di istruzione operanti, ma non solo ad essi: “I beni culturali volano per lo sviluppo economico locale. Integrazione di risorse e servizi all’interno di aree connotate da identità territoriali forti e riconoscibili”. Capitoli di massima dovrebbero essere questi: A)Cultura e politiche per lo sviluppo. L’evidenza della Valle del Platani. B)La civiltà della Thòlos in Sicilia e la Valle del Platani-Halykos: fra mito e realtà. C) Sulla “centralità” della Gurfa e le altre evidenze architettoniche da valorizzare. D)La realtà e le potenzialità dei possibili itinerari di “Distretto Culturale”, in rapporto alle collezioni, ai reperti, l’antropologia culturale e le strutture museali dell’area di studio. E)“Turismo Culturale” e “Turismo Relazionale Integrato” (T.R.I.) con riferimento alle risorse territoriali disponibili, per il Distretto Culturale Via della Thòlos. Il mio libro è stato pensato anche per l’uso didattico in questi possibili percorsi formativi.
D. Nel tuo lavoro è fortissima la componente poetica. Ha mai pensato di raccontare la Gurfa anche attraverso la forma narrativa o teatrale?
R: Nel mio sforzo di “quadratura” da saggista della complicata “questione Gurfa” sono stato tentato di affrontare il problema nella maniera forse più vicina alle sensibilità dei “non specialisti” in materia, anche per la meno impegnativa diversità “scientifica” di approccio narrativo del racconto poetico teatrale o romanzo. Valutato il lavoro parallelo che amici studiosi stanno già facendo, con opere di alto impegno anche civile alle quali rimando, ho ritenuto di continuare a fare quello che ho ancora in corso, lasciando spazio poetico narrativo teatrale a chi lo fa già meglio di me. Cito per tutti le opere di Giuseppe Messina, Cecilia Marchese, Caterina de Caro, Francesco Teriaca, Vincenzo Ognibene, Salvino Li Vigni ed altri che hanno lavori in corso.
D. Cosa diresti oggi ai giovani siciliani che vivono lontani dalle proprie radici interiori? La Gurfa potrebbe ancora insegnare qualcosa anche a chi non crede più nei luoghi “sacri”?
R: Ci sono alla Gurfa segni evidenti che ho “scoperto”, dopo millenni di paradossale esposizione in piena luce, da interpretare come simboli-chiave di grandi culture religiose e sapienziali: quel Tridente inciso che è emblema del dominio sui mari di matrice sicura Egeo-Minoica; quella Croce su Golgota di antichissima fattura bizantina sovraincisa a parete della seconda Stanza del primo livello, quel Trigramma cristiano IHS a sinistra della porta di accesso alla thòlos che sa tanto di Cavalieri Teutonici, oltre al contesto storico di presenza islamica documentata. C’è poi il ricordo ancora vivo di una chiesetta cattolica a servizio del Feudo proprio a ridosso del megalite esterno. Assieme alle Ierofanie solari di cui mi sto occupando, sono tutti segni di continuità liturgica sia pure in contesti di religiosità diverse, autentica stratigrafia del Sacro che come al Pantheon di Roma continua ad emanare fascino e messaggi di salvezza. Spesso la spiritualità nasce dalla contemplazione estatica e dalla bellezza. Dante Alighieri, nel Convivio dice che: “Nullo sensibile in tutto lo mondo è più degno di farsi essemplo di Dio che ‘l sole“. Di fatto il concetto profondo di Estetica è il primo stadio di un percorso di elevazione. Quindi di spiritualità. Sant’Agostino sosteneva che questo percorso di elevazione ci porta a conoscere l’altro, perché il pensiero del Bene è la dimensione spirituale della persona. Oggi viviamo il rischio di incardinarci in una non-antropologia che riconosce solo la propria percezione del reale del “per me questa è la percezione momentanea di ciò che sono qui ora … Poi ci ritornerò sulla base dell’esperienza. Sono ciò che sento di essere”. Questo è il messaggio che viene prima di ogni altro nella “dispersione giovanile” del presente: tendere alla persona, che è sempre individualizzata in una relazione naturale organica e gerarchica e non fare apologia della frammentazione disintegrata senza più Centro. San Paolo insegna che per fare innamorare le persone bisogna orientarle al Bello. C’è un intervento di Massimo Cacciari che voglio ricordare: i siciliani sono così sprovveduti e presi dal complesso di inferiorità da non capire che solo perché un pensatore nasce a Castelvetrano deve per forza essere inferiore ad un mediocre trovatosi a nascere ad Heidelberg…. Cosa che ovviamente vale per la Grande Architettura della Gurfa, fino ad ora clandestina. Oltre che di Catabasi nel libro parlo di Anastasi o Anabasi: un ritorno da mondi perduti, per parlare di Altro e di Oltre. Di dimensione orizzontale e poi di verticale. Di “discese ardite e di risalite” per dirla con il verso di una bella canzone.
Alla Gurfa si sperimenta la realtà invisibile di luoghi chiusi e luoghi aperti, nel tempo che passa e nel Tempo che Dura, dove possono avvenire Ingressi di Paesaggi, come diceva Lucio Piccolo di Calanovella. Soglia e liminalita’ nel racconto di un’altra Sicilia possibile, concreta e vera, con chiavi sapienziale. La Metastoria a cui questa dimensione appartiene nei suoi “luoghi sottili”. Come gli Ipogei della Gurfa, sulla Via della Thòlos.
