“Nella tana del riccio”: Intervista alla scrittrice Sandra Guddo

Ogni libro apre una porta su un mondo che, pur appartenendo alla finzione, riesce a parlare profondamente della realtà. Nella tana del riccio di Sandra Guddo è uno di quei romanzi che non si limitano a raccontare una storia, ma scuotono il lettore, lo costringono a fermarsi e a interrogarsi. Le vicende che scorrono tra le pagine non sono solo intrecci narrativi, ma riflessi di memorie collettive, di traumi personali e di quelle zone grigie dell’esistenza dove vita e morte, speranza e paura, si sfiorano continuamente.

Presentare Sandra Guddo significa dunque incontrare una scrittrice capace di dare voce a ciò che spesso resta ai margini, di attraversare generi e registri narrativi senza mai rinunciare alla profondità dello sguardo. In queste domande e risposte proveremo a entrare nel cuore del suo romanzo, per scoprire come un racconto ambientato a Palermo possa farsi specchio universale di inquietudini e desideri.

Chi è Sandra Guddo

Sandra Guddo è una voce viva e riconoscibile del panorama letterario contemporaneo. Palermitana, docente, psicopedagogista e scrittrice, ha costruito un percorso culturale ampio e sfaccettato, che intreccia filosofia, narrativa, poesia e giornalismo. Nei suoi libri, così come nelle attività di promozione culturale, ha sempre dato spazio a ciò che rischia di rimanere in ombra: le periferie urbane, la dimensione femminile, la forza delle lingue madri.

Dopo la laurea in Filosofia, ottenuta con il massimo dei voti e la pubblicazione della tesi, intraprende la carriera nell’insegnamento conseguendo l’abilitazione in Materie Letterarie e Latino, nonché in Italiano e Storia. Vince il concorso a cattedra in Scienze Umane e, come psicopedagogista, partecipa al progetto del MIUR contro la dispersione scolastica: da quell’esperienza nasce il suo primo libro, Tacco 12. Storie di ragazze di periferia, accolto da diverse scuole come testo per laboratori di lettura e scrittura creativa.

Autrice di romanzi come Le geôlier e Nella tana del riccio, di raccolte come Ciciri e Gramigna e della silloge poetica Amo il chiaroscuro, ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il Premio alla Carriera, alla Cultura, alla Critica Letteraria e il Premio Internazionale Franz Kafka per l’Immaginazione. La sua attività non si limita alla scrittura: insegna scrittura creativa, collabora con testate nazionali e internazionali e organizza eventi letterari di grande impatto, come il Premio Sant’Erasmo-Nautilus, la Via dei Librai e reading poetici a Una Marina di Libri.

In questa intervista, dedicata al romanzo Nella tana del riccio, avremo modo di attraversare i temi a lei più cari, tra narrazione e impegno sociale, e di scoprire come la letteratura possa farsi strumento di resistenza, consapevolezza e rinascita.

L’intervista

D. Nella tana del riccio” intreccia storie personali e collettive, tra nobiltà decaduta e vita popolare. Da dove nasce l’idea di un racconto che attraversa epoche e classi sociali così diverse?

R. Da tempo cullavo il progetto di scrivere un romanzo che abbracciasse un arco cronologico abbastanza ampio che mi permettesse di navigare nel tempo per narrare fatti ed eventi avvenuti in periodi storici diversi. Tutto ciò mi ha consentito di sperimentare tecniche narrative adeguate che vanno dal presente storico ai flashback memoriali e rievocativi fino ad estendersi ad ipotesi di possibile futuro. Desideravo mettere alla prova la mia abilità di scrittura che la trama abbastanza complessa del mio romanzo “Nella tana del riccio” richiede. Inoltre, l’incontro-scontro tra classi sociali diverse, non può che fornire la giusta occasione per fare emergere conflitti tali da rendere la trama più ricca e avvincente. Che poi, io, ci sia riuscita è un’altra questione che i critici letterari ma, soprattutto, i lettori dovranno sentenziare.

D. Il realismo sociale del racconto si fonde con atmosfere quasi horror e soprannaturali. Come nasce questa scelta di contaminazione dei generi?

R. Sinceramente, detesto le etichette e più che mai quelle che pretendono di assegnare un genere ben definito a una storia in modo tale che si possa parlare di romanzo “rosa”, “giallo”, “storico”, eccetera. Io amo la contaminazione perché un buon romanzo non deve essere soltanto di un genere ben definito ma può abbracciare diverse sfumature tale da essere contemporaneamente l’insieme di generi diversi. Ovviamente, purché non sia una scrittura pasticciata ma complessa e con diversi piani di narrazione che riescano a mettere a fuoco, al momento giusto e con le “mot juste”, i diversi aspetti di una narrazione complessa che contempli con la stessa perizia la varia gamma di aspetti: storico-ambientali, temporali, psicologici, descrittivi, argomentativi, riflessivi e dialogici. Soltanto se lo scrittore possiede tali qualità può passare con disinvoltura dal realismo sociologico al genere del fantasy e dell’horror. In tal senso, lo stile che utilizzo “Nella tana del riccio” si avvicina per molti aspetti al “realismo magico” di Franza Kafka, o, per rimanere dalle nostre parti, a Gesualdo Bufalino.

D. La casa popolare del Villaggio Santa Rosalia, inizialmente simbolo di riscatto, si trasforma in un luogo di angoscia. Quanto è metafora dell’illusione di una felicità promessa e mai raggiunta?

R. Preferisco non rispondere a questa domanda che mi porterebbe a parlare di certi luoghi dove tutto è possibile e dove nulla è come sembra.

D. Nilla, Maria Luisa, Rita… le sue protagoniste femminili sembrano vittime del contesto ma anche artefici del proprio destino. Cosa desidera far emergere attraverso queste figure di donna?

R. Nilla, Maria Luisa e Rita, le tre protagoniste del mio romanzo, attraverso le loro storie e il loro percorso di vita, sono la testimonianza di come volontà e determinazione giochino un ruolo fondamentale per decidere il proprio destino nel bene come nel male. Le loro scelte personali, seppur scaturite da esperienze pregresse, costituiscono il passepartout per determinare il loro destino.

D. Il personaggio della piccola Caterina è tra i più enigmatici e inquietanti: è solo una bambina o il simbolo di una memoria collettiva che non si può più ignorare?

R. Amo profondamente il personaggio di Caterina, una bambina che vive in un quartiere popolare in una casa “infestata” che si ispira a una vicenda su cui preferisco tacere. Non me ne vogliate ma sappiate che “Nihil est ut videtur, cioè “nulla è come sembra”.

D. Molti lettori parlano di un “non detto” che serpeggia per tutto il racconto, come un’eco di colpe antiche o irrisolte. Che ruolo ha per lei il silenzio narrativo e l’ambiguità?

R. Nel mio romanzo, il cui genere appare problematico da definire, l’ambiguità gioca un ruolo fondamentale come il “non detto”. Sarà il lettore a trovare le sue risposte che rimbalzano come un’ eco nella sua identità, nella sua coscienza e nelle sue esperienze di vita. Io mi sono limitata a suscitare domande attraverso una vicenda che pone interrogativi inquietanti che tutti più o meno esplicitamente ci poniamo sull’esistenza stessa come: quale sia realmente il confine tra Eros e Thanatos, Vita e Morte e se ci sia una realtà parallela con cui incidentalmente si può venire in contatto sgretolando le nostre piccole certezze ma aprendo scenari imprevedibili ma possibili.

D. L’ambientazione palermitana non è mai neutra: è una città che respira, che influisce sulla vita dei personaggi. Quanto della sua Palermo reale c’è in questa Palermo letteraria?

R. La mia Palermo vive come realtà palpitante anche nelle pagine del romanzo con la sua tormentata storia millenaria, con i suoi monumenti e paesaggi di rara bellezza e con la sua gastronomia.

D. Nella tana del riccio affronta anche il tema della memoria, del trauma e della trasmissione intergenerazionale del dolore. Era sua intenzione scrivere un racconto “politico” oltre che esistenziale?

R. Come ho già detto prima, il mio romanzo nasce da un’ispirazione autentica che non si è posta alcun limite; anzi la contaminazione dei generi, compreso quello politico ed esistenziale, fa parte della complessità della narrazione, della sua originalità, della sua capacità di coinvolgere il lettore e di trascinarlo dentro la storia e renderlo compartecipe delle vicende narrate per chiedergli, infine, qual è il suo punto di vista sulle questioni sollevate.

D. Il titolo stesso, “Nella tana del riccio”, evoca protezione ma anche isolamento, chiusura, paura. Perché ha scelto proprio questo animale come metafora centrale del racconto?

R. Durante la narrazione, c’è un punto preciso in cui viene spiegato da Rodolfo, l’uomo amato da Nilla, perché sia di fondamentale importanza imparare a vivere “nella tana del riccio”. Vi invito a leggere o rileggere quel passo dove troverete la risposta che potrà essere una guida per imparare a vivere con gioia.

D. Alla fine del libro restano molte domande aperte: è la casa a essere infestata o è la coscienza umana che genera l’orrore? È importante per lei che il lettore resti “nella soglia” del dubbio?

R. Non credo di essere io la persona più adatta per togliere dei dubbi. Al contrario, attraverso la mia narrazione, intendo svegliare le menti dormienti, abituate a non porsi interrogativi ma solo e semplicemente a ricevere indottrinamenti. Se sono riuscita, come mi sembra di capire dalle sue domande, a sollevare un dubbio, non quello scettico ma quello metodico, allora sarà possibile affermare che il mio romanzo “Nella tana del riccio” va letto come terapia contro il sonno delle menti.

Grazie Sandra Guddo