La memoria non può ridursi a una sterile passerella di politici o a una ricorrenza sul calendario. Per la coscienza collettiva di un popolo, ricordare è un dovere civile che scuote dal torpore dell’indifferenza e costringe a interrogarci anche sul presente. Troppo spesso rischiamo di cullarci nell’illusione di una società tecnologicamente avanzata ma che culturalmente resta immobile, incline ad accettare zone d’ombra e silenzi di comodo. Ricordare Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta significa, prima di tutto, squarciare quei silenzi e pretendere una verità che, a distanza di decenni, appare ancora mutilata.
Un legame indissolubile nato per le strade di Palermo
La storia di Paolo Borsellino non può essere disgiunta da quella di Giovanni Falcone. Legati fin dall’infanzia trascorsa tra i vicoli dello storico quartiere palermitano della Kalsa, i due magistrati condivisero la stessa vocazione civile e un destino tragicamente identico.
La loro battaglia comune contro l’organizzazione criminale Cosa Nostra prese quota all’interno del rivoluzionario “Pool antimafia”. Questa squadra di magistrati, concepita originariamente da Rocco Chinnici (assassinato con un’autobomba il 29 luglio 1983), trovò in Antonino Caponnetto una guida solida dal 1984 al 1990. Il Pool scardinò i vecchi metodi d’indagine valorizzando il coordinamento, la centralizzazione delle informazioni e lo scambio costante di dati.
Questo metodo rivoluzionario consentì di istruire il celebre Maxiprocesso di Palermo, iniziato nel febbraio del 1986. Per la prima volta, lo Stato portava Cosa Nostra alla sbarra in modo sistemico. Il processo, svoltosi tra mille ostacoli e tentativi di delegittimazione, si concluse il 30 gennaio 1992 con la storica sentenza della Corte di Cassazione, che confermò centinaia di ergastoli e decretò, di fatto, la fine dell’impunità per i vertici mafiosi.
L’isolamento e la profezia di una morte annunciata
Quella vittoria dello Stato, tuttavia, ebbe un prezzo altissimo. Chi aveva osato sfidare i corleonesi fu lasciato progressivamente solo. Paolo Borsellino visse i suoi ultimi mesi nella consapevolezza di essere un condannato a morte, soprattutto dopo il drammatico attentato del 23 maggio 1992 a Capaci, in cui Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta vennero spazzati via da cinque quintali di tritolo che sventrarono l’autostrada A29.
In quei drammatici 57 giorni che separarono la strage di Capaci da quella di Via d’Amelio, Borsellino lavorò freneticamente, ma anche con la lucida e amara consapevolezza di essere stato isolato dalle stesse istituzioni che avrebbe dovuto difenderlo. Durante un dibattito pubblico tenutosi il 25 giugno 1992 alla biblioteca comunale di Palermo, il magistrato espresse parole che risuonano ancora oggi come un testamento spirituale e un’accusa durissima:
“Non voglio dire che Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio 1988 e che questa strage del maggio 1992 sia il naturale epilogo di questo processo di morte. Però… ci accorgiamo di come lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di chiunque altro, cominciò a farlo morire il 1° gennaio del 1988.”
Il giudice faceva riferimento alla mancata nomina di Falcone alla guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo (a favore di Antonino Meli) e alla violenta campagna mediatica e politica che colpevolizzò i magistrati impegnati in prima linea, etichettati persino come “professionisti dell’antimafia” in un celebre articolo di Leonardo Sciascia che ne minò la credibilità pubblica.
19 luglio 1992: l’apocalisse a Palermo
Alle ore 16:58 di una torrida domenica di luglio, l’inferno si materializzò in Via d’Amelio, sotto il condominio dove risiedeva la madre di Borsellino. Una Fiat 126 imbottita di esplosivo venne fatta saltare in aria. L’esplosione fu devastante e non lasciò scampo al magistrato e a cinque giovanissimi poliziotti della scorta: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina e Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio).
L’unico sopravvissuto a quella carneficina fu l’agente Antonino Vullo, che si trovava ancora all’interno di una delle auto blindate del corteo e che descrisse quegli istanti drammatici con parole agghiaccianti:
“Borsellino e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, mentre io ero rimasto alla guida. Stavo facendo manovra per parcheggiare la vettura che si trovava alla testa del corteo. Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l’inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha scaraventato dal sedile… Attorno a me c’erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto.”
Il furto dell’Agenda Rossa e il “più grande depistaggio della storia d’Italia”
L’attentato di Via d’Amelio non fu solo un atto di terrorismo mafioso, ma l’inizio di una colossale operazione di insabbiamento che ha coinvolto pezzi deviati dello Stato. Pochi minuti dopo l’esplosione, mentre la via era ancora avvolta dalle fiamme e dai fumi tossici, una mano rimasta ignota sottrasse dalla borsa di pelle del magistrato la sua famosa Agenda Rossa. In quel diario, Borsellino annotava meticolosamente incontri, sospetti e le sue personali intuizioni sulla strage di Capaci e sulla presunta trattativa in corso tra apparati statali e vertici mafiosi. L’agenda non è mai più stata ritrovata.
La sparizione del documento fu il preludio a quello che i giudici hanno ufficialmente definito “il più grande depistaggio della storia della Repubblica”. Per anni, le indagini vennero deliberatamente deviate su piste totalmente false. Sotto la guida dell’allora capo della squadra mobile di Caltanissetta, Arnaldo La Barbera, venne costruito a tavolino un falso pentito, Vincenzo Scarantino (un piccolo delinquente di borgata estraneo alle dinamiche di vertice della mafia).
Scarantino dichiarò solo dopo molti anni di essere stato minacciato, sottoposto a maltrattamenti fisici durante la reclusione nel carcere di Pianosa e costretto ad autoaccusarsi della strage, facendo i nomi di diversi innocenti, fino a quando la collaborazione di Gaspare Spatuzza nel 2008 svelò la verità, portando alla revisione dei processi storici.
La ricerca della verità non si è ancora fermata e recentemente ha seguito una pista differente rispetto a quella della Trattativa Stato-mafia. Il processo Borsellino quater ha riscritto la storia giudiziaria della strage, confermando le condanne per i veri esecutori di Cosa Nostra e mettendo nero su bianco il ruolo attivo di funzionari statali nella manipolazione delle indagini. Nei successivi tronconi d’appello (con sentenze definitive giunte di recente), la magistratura ha confermato che il depistaggio fu orchestrato da esponenti del gruppo d’indagine “Falcone-Borsellino”. Tuttavia, molti reati contestati ai poliziotti dell’epoca sono stati dichiarati prescritti a causa dell’enorme tempo trascorso, lasciando un’amara sensazione di impunità.
La Cassazione ha confermato in via definitiva che la strage ebbe una chiara paternità mafiosa, guidata dalla linea stragista di Totò Riina e attuata anche grazie al supporto logistico della fazione di Brancaccio. Anche il boss di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro (arrestato nel 2023 dopo una trentennale latitanza e successivamente deceduto), è stato condannato all’ergastolo come uno dei mandanti e pianificatori storici delle stragi del 1992.
A decenni di distanza, Via d’Amelio rimane una ferita aperta nella storia d’Italia. Si cercano ancora i tasselli mancanti di quella verità complessa, i nomi dei mandanti occulti e dei traditori interni che hanno permesso che quel 19 luglio si compisse una strage eclatante, a soli 57 giorni di distanza dallo scenario da guerra di Capaci.
