La decisione del Comitato europeo dei Diritti sociali sulle pensioni integrative negate ai lavoratori in divisa
Sindacato Militare ASSO.MIL.: “L’attuale Governo si dichiara vicino a poliziotti e militari ma si è dimostrato indisponibile a sanare la situazione. Da un lato, tesse le lodi di questi servitori dello Stato e, dall’altro, li fa oggetto di risparmi, abbandonandoli al loro destino”
L’avvocato Lizza che ha presentato il ricorso a Strasburgo: “In Italia chi dovrebbe essere maggiormente tutelato per il lavoro pericoloso e delicato che svolge per la collettività, ha meno protezioni sociali e subisce scottanti discriminazioni”
Il Comitato europeo dei Diritti sociali (CEDS) ha bocciato l’Italia per la mancata istituzione dei regimi pensionistici complementari per il personale delle Forze di polizia e militari, evidenziando la grave discriminazione e il pesante pregiudizio che ne subiscono i lavoratori in divisa.
Una decisione resa pubblica oggi – “Associazione Sindacale Militari (ASSO.MIL.) v. Italy, Complaint No. 213/2022, Report to the Committee of Ministers” (vedi allegati) – in seguito al ricorso del Sindacato ASSO.MIL., assistito dall’avvocato Egidio Lizza.
Le gravi violazioni riscontrate comportano una netta perdita economica per questi lavoratori, dunque, che consiste nel mancato pagamento di contributi del datore di lavoro ai fondi integrativi, nell’impossibilità di trasferirli a proprio vantaggio a fine servizio e nella privazione di agevolazioni fiscali.
Secondo l’organismo europeo – che garantisce l’equità dei diritti sociali all’interno dei paesi europei, a partire dai diritti umani legati al lavoro, alla salute, all’alloggio e alla protezione sociale – l’Italia aveva l’obbligo di adoperarsi per migliorare progressivamente il sistema di sicurezza sociale e garantire regimi pensionistici compensativi in modo eguale per tutti in lavoratori. E, invece, le rilevate lacune per il comparto sicurezza e difesa dello Stato dimostrano una discriminazione in danno dei loro dipendenti.
“Il Comitato europeo – commenta Egidio Lizza, avvocato specializzato nella tutela internazionale dei diritti umani – afferma che il trattamento differenziale, basato esclusivamente sullo status di poliziotto o militare, comporta una posizione meno favorevole senza scopo e giustificazione legittimi e ragionevoli. La mancata estensione dell’accesso ai meccanismi pensionistici complementari, previsti per le altre categorie di lavoratori pubblici, è una flagrante discriminazione, ingiustificata e sproporzionata, basata esclusivamente sullo status professionale. Una cosa è certa: in Italia chi dovrebbe essere maggiormente tutelato per il lavoro pericoloso e delicato che svolge per la collettività, ha meno protezioni sociali”.
Diverse leggi dello Stato avevano anche, puntualmente, stabilito le procedure negoziali per giungere, insieme con i sindacati, alla istituzione di tali fondamentali fondi previdenziali integrativi, che oggi coprono tutti gli ambiti pubblici e privati, tranne che per i poliziotti e i militari.
“La battaglia legale – continua l’avvocato Lizza – prosegue sulla base di tale determinante successo ottenuto in Europa, che non potrà essere ignorato dai tribunali nazionali, davanti ai quali siamo impegnati nella tutela di migliaia di lavoratori in divisa, poliziotti e militari. Deve essere avviato, celermente, il percorso che conduce alla istituzione dei fondi di previdenza complementare nel comparto sicurezza e difesa dello Stato, ponendo fine alla scottante discriminazione subita negli ultimi trent’anni. Ognuno deve essere libero di poter decidere se gli convenga o meno attivare il proprio fondo di previdenza, tutelandosi per il futuro, e i pregiudizi economici connessi agli ultimi trent’anni di inerzia dello Stato dovranno essere adeguatamente risarciti”.
Secondo gli ultimi dati ISTAT e le fonti ministeriali, in Italia sarebbero in servizio circa 476.000 persone, tra poliziotti e militari.
“Dispiace constatare – spiega Federico Menichini, presidente dell’Associazione Sindacale Militare ASSO.MIL. – come l’attuale Governo, che sempre si è dichiarato vicino a poliziotti e militari, abbia fatto di tutto per affossare le nostre legittime rivendicazioni, addirittura tentando di mettere in discussione la nostra titolarità a rappresentare il personale. Da questo Esecutivo ci saremmo aspettati tentativi di dialogo per trovare un punto di incontro finalizzato a sanare una situazione che si protrae da oltre trent’anni con danni tangibili ed evidenti a tutto il personale interessato. Il nostro modo di fare Sindacato, ben diverso dall’attuale panorama in cui il bene comune non sembra più rappresentare la priorità, ha prodotto un risultato importantissimo che permetterà a chiunque di capire le differenze fra chi svolge una funzione a tutela dei lavoratori e chi, invece, fa altro, nonostante altisonanti dichiarazioni di circostanza. Ci auguriamo che nel futuro ci sia una maggiore disponibilità al dialogo da parte del Governo onde evitare imbarazzi e ritardi nei legittimi riconoscimenti di una categoria a cui si chiede sempre di più e alla quale si dà sempre meno, e non solo in termini economici”.
Applicando ai comparti Forze armate e Forze di polizia il medesimo schema contributivo oggi vigente per altri dipendenti pubblici aderenti ai fondi negoziali, come i fondi Espero e Perseo (contributo datoriale pari all’1% della retribuzione utile ai fini TFR, a fronte del versamento dell’1% da parte del lavoratore), e assumendo come base un monte salari complessivo stimato in circa 25,14 miliardi di euro annui (ricavato da dati ufficiali sul monte salari 2021, tratti dalle tabelle allegate alla legge di Bilancio del 2022), l’onere potenziale a carico dello Stato ammonterebbe a circa 250 milioni annui da destinare a poliziotti e militari in servizio.
La vicenda
Nel 1995 in Italia, per stabilizzare la spesa, il calcolo delle pensioni cambiava passando gradualmente dal sistema retributivo al contributivo.
Quest’ultimo metodo comporta una consistente diminuzione dell’ammontare della pensione mensile rispetto all’ultimo stipendio percepito, basandola esclusivamente sui contributi versati durante la vita lavorativa.
Un’efficace proporzione, invece, era garantita dal precedente criterio retributivo, che ancorava il reddito erogato dall’ente previdenziale al valore dell’ultimo stipendio goduto.
Per mitigare gli effetti economici discendenti dall’applicazione del nuovo regime, la legge ha previsto l’istituzione di forme pensionistiche integrative, i così detti fondi di previdenza complementare, alimentati in parte dal lavoratore e in parte dal datore di lavoro e destinati ad integrare la pensione di base. Naturalmente, per i dipendenti pubblici la quota parte dei versamenti, aggiuntiva rispetto al lavoratore, è a carico dello Stato.
La previdenza complementare ha rappresentato e rappresenta il secondo pilastro del sistema pensionistico, con una importante funzione integrativa della previdenza di base obbligatoria, o di primo pilastro.
Si assicura al lavoratore, per il futuro, un livello adeguato di tutela sociale, aumentando le prestazioni garantite dal sistema pubblico di base, non sempre, o quasi mai sufficiente a mantenere un adeguato stile di vita.
Ognuno è libero di decidere se attivare o meno, durante la vita lavorativa, il proprio fondo integrativo, alimentandolo con una parte del proprio reddito (detassato) e, soprattutto, vedendolo alimentato dai versamenti del proprio datore di lavoro, che è, a tanto, obbligato.
Il dipendente virtuoso, al momento della pensione, vedrà così erogato un importo più alto rispetto alla pensione di base, dato dai contributi versati anche dal datore di lavoro durante la vita lavorativa e dai rendimenti ottenuti dalla gestione dei fondi pensione.
Pur avendo le leggi dello Stato stabilito le procedure negoziali per giungere alla istituzione di tali indispensabili fondi previdenziali integrativi in favore del personale delle Forze di polizia e militari, incredibilmente, da 30 anni ad oggi, ne è mancato il riconoscimento.
