“DIO RIDE”, FILM DI GIOVANNI VERONESI CON PIERFRANCESCO FAVINO, SILVIO ORLANDO, FRANCESCO GHEGHI, ALMA NOCE
Giovanni Veronesi, il regista
È di lui che voglio parlare, per tutte le volte che ci ha tenuti bloccati in macchina. Questo geniale “bischero” di Prato, per circa cinque anni (2014-2019) ha condotto “Non è un paese per giovani” programma magnifico su Rai radio 2 al fianco di Massimo Cervelli. A mezzogiorno apriva il microfono con un monologo, tratto da una “banalità”: un sogno, uno sguardo, un sasso, per arrivare a toccare il cielo, la terra, il mare, e il creato tutto.
E noi si rimaneva così, a bocca aperta, come bambini davanti al presepe.
Leggendo qualche stralcio in anteprima, ho letto che questo film gli è “partito” da una frase di Papa Francesco che sdoganava la risata di Dio, “perché Dio ride, eccome se ride”, affermava.
Se da una banale quotidianità produceva capolavori, da cotanta riflessione, chissà cosa avrà tirato fuori sto genio, mi sono detta.
Non è facile trovare le parole
Più la storia è intricata, contorta, più è semplice da raccontare.
Il bello viene quando il soggetto è semplice, candido, lineare e sono i sentimenti, il non detto, da verbalizzare. Quello è un iceberg. Si rimane ammaliati dalla monumentalità e, non riuscendo a raggiungere la cima, si rimane uccisi dal gelo.
Un frate semplice, ingenuo
Siamo nella seconda metà del ‘600 e, questo fraticello, fra Leopoldo di Casa Macchia, personaggio inventato, interpretato da Pierfrancesco Favino con un candore disarmante, fatto di ascolto, sorrisi appena accennati e parole lievi. La sua fede non giudica, accoglie. Il suo Vangelo lo racconta alla gente con gioia, ironia, in amicizia con Dio, quasi compari d’osteria. Perché il suo Dio non punisce, ma ride con gli uomini. La chiesa ufficiale perde l’attenzione, la gente umile preferisce stringersi attorno al frate buono. Questo inquieta il Vaticano che avvia la prassi dell’Inquisizione. Il cardinale preposto è interpretato da un sorprendente Silvio Orlando. Combatte tra il rigore dell’inquisitore e il rodimento del dubbio con un riconoscersi reciproco nelle umane fragilità.
Le musiche di Paolo Buonvino meritano un capitolo a parte, per la trascendenza che danno al racconto. Le sonorità secentesche unite ai canti in arabo e aramaico, sono qualcosa di messianico, voce divina che infonde un monito di fratellanza e spiritualità.
La Toscana meravigliosamente irriconoscibile perché selvaggia e inedita, accompagnata da una fotografia caravaggesca di Maurizio Calvesi aprono paesaggi dell’anima mozzafiato, mai esplorati.
La celestiale sorgente che purifica dalla peste, ai Bagni San Filippo in provincia di Siena, rende viva quella scintilla divina nella solennità del gesto.
La spiritualità di questo film è una lama di luce che trafigge l’azzurro dell’ iceberg.
Si arriva in cima folgorati per ricevere quel silenzio a cui tutti aneliamo e in cui comprendiamo che tutto passa: il potere, le paure, e una lieve malinconia ci accompagna, sagome in dissolvenza nella nebbia.
Evviva il cinema italiano
Guai a chi me lo tocca
