DANIELE SICARI - FOTO DI ANNA MARIA ALAGNA
Abbiamo ancora le mani per scrivere della Palestina: a colloquio con il professore Daniele Sicari
Il 21 Settembre si è celebrata la Giornata internazionale della Pace anche nell’ambito del Festival ‘Il Mare colore dei Libri’ che si è tenuto presso il parco archeologico Lilibeo a Marsala lo scorso fine settimana. Ed è stata celebrata nel modo più forte e significativo che si potesse scegliere: la presentazione del libro ‘Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze del genocidio a Gaza‘. A cura di Aldo Nicosia, Edizioni Q.
Si tratta della raccolta di duecentoventi testimonianze di abitanti della Striscia di Gaza che riferiscono delle loro attuali condizioni di vita, una vita rappresentata con due colori, il grigio e il rosso. L’uno è il colore delle macerie a cui sono ridotte le strutture edilizie e l’altro è quello del sangue che da mesi ormai scorre, sangue innocente di bambini, donne e giovani civili. A discuterne sono stati invitati tre studiosi dell’università di Palermo: la professoressa Safa Neji, docente di lingua araba, Riccardo Viola, studente dell’Area degli Studi arabi e islamici, e il professore Daniele Sicari, docente di Storia e istituzioni del mondo arabo e islamico (Dipartimento di Scienze Umanistiche).


Ed è a lui che abbiamo rivolto alcune domande al fine di ascoltare la voce di chi quella martoriata area del Medio Oriente ben conosce e può riferirne senza pregiudizi e con cognizione di causa.

L’Intervista
D: Alcuni mezzi di informazione si riferiscono alla guerra in corso a Gaza con il termine ‘Nakba’ (in arabo catastrofe) che finora ha indicato l’esodo dei palestinesi dalla loro terra in seguito alla proclamazione dello Stato di Israele nel 1948. Secondo Lei, questo parallelismo è corretto?
R: In realtà, un parallelismo è ingiustificato. Vi è un’unica Nakba (catastrofe), che ha avuto inizio nel 1948, e che non si è mai conclusa, nonostante gli svariati tentativi di pacificazione e di accordo, a causa della politica di occupazione, di espropriazione e di segregazione portata avanti dal governo israeliano. Anche in arabo viene usato il termine mustamirra, con riguardo alla Nakba, che significa “continua”.
D: Il 7 ottobre del 2023, data dell’attacco terroristico contro civili israeliani da parte di Hamas, l’organizzazione militare palestinese ha dato il La a questa guerra.
R: Il 7 Ottobre non è iniziato nulla. Ciò che successo è che una pentola a pressione è improvvisamente esplosa, dopo 77 anni di occupazione, di vessazione e di soprusi subiti da una popolazione a cui sono negati i diritti più elementari, e a cui è negata la possibilità di autodeterminarsi. Il 7 ottobre è stato inevitabile, prima o poi sarebbe comunque arrivato.
Hamas è riuscito a dare vita a qualcosa di sorprendente, considerato che Israele possiede gli strumenti di intelligence tra i più sofisticati al mondo. I Palestinesi si sono lanciati al di qua della Striscia con dei paracaduti rudimentali. Mi ha anche sorpreso la maniera in cui gli ostaggi sono stati trattati, e non credo affatto alle storie delle mutilazioni e delle torture. Dilaga, su questo e su molto altro, una narrativa volutamente distorta e non corrispondente al vero. Ciò che i Palestinesi, e in modo particolare i Palestinesi di Gaza, subiscono ogni singolo giorno è di gran lunga peggiore rispetto al trattamento riservato agli ostaggi israeliani.
D: Cosa ne pensa della posizione dell’Italia e degli altri paesi che ancora non riconoscono lo stato della Palestina, non ne riconoscono la legittimità?
R: L’Italia si sta mostrando incapace di assumere una posizione specifica. È come se cercasse di mantenere una sorta di neutralità, ma questa non è neutralità, è complicità rispetto a un’azione di genocidio. Sempre più persone, a tutti i livelli, comprendono ed ammettono che è in corso un genocidio, e questo è un bene. Il fatto che tanti politici cerchino ancora di nascondere la polvere sotto il tappeto (ma qui non si tratta più di polvere, ma di un enorme elefante) è qualcosa di terrificante.
D: Anche la posizione degli altri paesi arabi sembra alquanto discutibile e sorprendente.
R: Sono assolutamente d’accordo. Le mobilitazioni più forti vengono dal basso. Sono le persone comuni a scendere in strada per protestare, non i governi. La motivazione sta nel fatto che non si ha voglia di compromettersi e, soprattutto, che si preferisce evitare una cosiddetta escalation del clima di tensione che già si registra in questi giorni.
D: Secondo Lei, quando si metterà fine a questo continuo spargimento di sangue?
R: Spero al più presto. Mi auguro che i Palestinesi possano arrivare ad autodeterminarsi pur con il giusto concorso delle Potenze occidentali. E spero anche che dall’Europa arrivino finanziamenti importanti, quando si tratterà di ricostruire.
D: C’è speranza per stabilire e ufficializzare l’esistenza di due popoli e due stati?
R: Non ne sono convinto. Dal 1948 ad oggi Israele ha mostrato ben poca apertura verso i Palestinesi. Non credo che Israele sia veramente interessato alla pace. La soluzione “due popoli, due Stati” rimane impensabile fintanto che in Palestina sono presenti colonie illegali e va avanti un progetto di occupazione. Le accuse di antisemitismo sono ridicole. Non si tratta qui di espellere gli Ebrei dalla Palestina, ma gli Ebrei Sionisti, di recente immigrazione, che nella maggior parte dei casi hanno una doppia cittadinanza e una bella casa altrove. Fin almeno dalla metà del 1800 i Palestinesi hanno chiara questa consapevolezza: vi sono Ebrei di Palestina, che da generazioni vivono in quelle terre come minoranza, ed Ebrei occupanti.
