La strage di Capaci, rappresenta uno degli eventi più tragici e simbolici della lotta alla mafia in Italia. In quell’attentato persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta: Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. L’esplosione fu causata da circa 500 kg di tritolo collocati sotto l’autostrada A29 nei pressi di Capaci.
Oggi, a 33 anni di ditanza dalla strage di Capaci, celebriamo il coraggio di tutte le vittime della mafia e ricordiamo il sacrificio del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli uomini della scorta, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. Lo facciamo con due servizi di Anna Lisa Maugeri in cui raccontiamo quel tragico giorno attraverso la memoria personale di Salvatore Azzuppardi Zappalà e Francesco Pintaldi, stimati autori e collaboratori di Sicilia Buona.
Giovanni Falcone: il magistrato contro la mafia
Giovanni Falcone (Palermo, 1939–1992) fu l’artefice, insieme a Paolo Borsellino, del maxi-processo di Palermo, che portò a centinaia di condanne per associazione mafiosa. Con il metodo delle indagini “a catena”, rivoluzionò l’accusa contro Cosa Nostra, scardinando il muro di omertà con i pentiti.

Francesca Morvillo: il coraggio al femminile
Francesca Morvillo (Palermo, 1945–1992) è stata una delle prime donne magistrato in Italia e l’unica donna magistrato uccisa dalla mafia. Specialista in diritto penale minorile, insegnò Legislazione del Minore all’Università di Palermo. Moglie di Falcone dal 1986, condivise con lui la passione per la giustizia fino all’ultimo istante.

Primo processo (Capaci 1)
Il primo processo, celebrato presso la Corte d’Assise di Caltanissetta, si concluse nel 1997 con la condanna all’ergastolo di 24 esponenti di spicco di Cosa Nostra, tra cui Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Pietro Aglieri, Giuseppe Calò, Raffaele Ganci, Benedetto Santapaola e Pietro Rampulla, quest’ultimo identificato come l’artificiere che confezionò l’ordigno esplosivo.
Giovanni Brusca, noto per aver materialmente azionato il telecomando che innescò l’esplosione, fu arrestato nel 1996 e successivamente divenne collaboratore di giustizia. Condannato per oltre un centinaio di omicidi, tra cui la strage di Capaci, è stato liberato nel 2021 dopo aver scontato 25 anni di carcere, rimanendo sottoposto a misure di sorveglianza speciale.
Processo Capaci bis
Il processo “Capaci bis”, avviato grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, ha portato alla luce ulteriori dettagli sull’organizzazione dell’attentato. Nel luglio 2020, la Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta ha condannato all’ergastolo Salvatore Madonia, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello, riconoscendoli colpevoli di aver partecipato alla fase esecutiva della strage e al reperimento dell’esplosivo. Vittorio Tutino è stato assolto.
Il 14 giugno 2022, la Corte di Cassazione ha confermato queste sentenze, rendendole definitive. La Procura Generale ha sottolineato come la strage di Capaci non sia stata solo un’azione mafiosa, ma abbia visto una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e ambienti politici e imprenditoriali, come evidenziato dalle indagini e dalle testimonianze raccolte.
Le indagini successive hanno evidenziato il coinvolgimento di altri soggetti nella strage. Cosimo D’Amato, un pescatore cugino di Cosimo Lo Nigro, è stato condannato all’ergastolo per aver fornito l’esplosivo utilizzato negli attentati del 1992-93, estratto da residuati bellici recuperati in mare. La sua condanna è diventata definitiva nel 2016.
Inoltre, le dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia hanno portato alla luce ulteriori dettagli sull’organizzazione e l’esecuzione dell’attentato, contribuendo a delineare un quadro più completo delle responsabilità e delle dinamiche interne a Cosa Nostra.