Dopo le tappe sulle Madonie ci spostiamo sui Nebrodi, in un altro centro ricco di storia e arte, Troina, prima capitale normanna nel 1062.
Le imprese dei conquistatori giunti dalla Francia vengono celebrate da quello che viene definito “Museo diffuso della storia Normanna in Sicilia”, dodici pannelli di maiolica decorata esposti nelle strette strade del centro storico. Può sembrare singolare che la conquista da parte di un esercito straniero – con tutta la violenza che, come tutte le conquiste, comportò – venga celebrata, ma non si può dimenticare tutto ciò che di importante e bello i normanni lasciarono alla Sicilia, non solo a Palermo.
Un esempio è il Complesso museale della Torre Capitania, in origine nucleo delle fortificazioni arabe poi riutilizzate, non solo per scopi di difesa, dai normanni e da chi gli succedette. Dopo essere stato utilizzato come carcere fino agli anni ’70 del Novecento, l’edificio è stato recuperato come centro museale ed ospita quattro piccoli ma molto interessanti testimonianze della storia e della cultura locale: una pinacoteca, un antiquarium archeologico, un lapidarium e una mostra permanente di libri antichi.
Nella a Pinacoteca Civica d’arte moderna “Gaetano Zito” si possono ammirare pregevoli opere, fra cui un “Ritratto di Paolo III Farnese” attribuito a Tiziano Vecellio e diverse pitture di artisti fiamminghi.

Tiziano Vecellio, Ritratto di Paolo III Farnese
L’Antiquarium conserva testimonianze archeologiche che coprono un arco temporale di 6000 anni, dal neolitico al periodo arabo-normanno, mentre nel Lapidarium sono ospitati numerosi reperti lapidei di grande interesse storico. Infine, la mostra del Libro Antico, dove si possono ammirare libri rari di varie epoche, tra i quali un’edizione del 1604 de “La historia d’Italia” di Francesco Guicciardini e libri sulla guerra dei trent’anni, tutti stampati in Sicilia.

Caspar Netscher L’arrotino ambulante 1662
Ma la meta più ricca per gli appassionati dell’arte fotografica e per chi è interessato alla storia della Seconda Guerra Mondiale è sicuramente il museo dedicato al grande fotografo Robert Capa, che con i suoi scatti ha documentato la liberazione dell’Europa, dall’Operazione Husky, lo sbarco in Sicilia, al D-Day, lo sbarco in Normandia.
Capa non è stato il primo a fotografare scene di guerra, ma è considerato il primo vero fotoreporter, perché, seguendo le truppe sul campo, con i suoi scatti “in diretta” per la prima volta ha raccontato la guerra con gli occhi di chi la vive e la combatte.
Capa, ungherese emigrato negli USA per sfuggire alle persecuzioni naziste, la notte fra il 9 e il 10 luglio 1943 fu paracadutato insieme ai soldati statunitensi nel tratto di costa siciliana fra Gela e Licata, loro assegnato nell’ambito dell’Operazione Husky.
La sua missione non iniziò bene, perché rimase una notte intera impigliato a un albero, ma poi per lui arrivò la fama, anche grazie all’amicizia del generale Theodore Roosevelt Jr., figlio dell’ex presidente USA, il quale – benché Capa non avesse più l’accreditamento della rivista Collier, che lo aveva licenziato – gli permise di restare aggregato alle truppe, consentendogli, così, di scattare alcune delle sue foto più note.

Contadino siciliano con il generale T. Toosevelt jr.
Molte delle foto esposte al Museo di Troina sono state scattate proprio nel territorio della cittadina dei Nebrodi, dove le truppe statunitensi furono bloccate per ben sei giorni dalla strenua difesa della Wermacht e dove al fotografo – dopo la conclusione della battaglia – fu comunicata la notizia che lo consacrava come grande fotoreporter.
«Ci eravamo distesi per terra nella piccola piazza del paese, di fronte alla chiesa, stanchi e disgustati» racconta Capa nelle sue memorie, Slightly out of focus, «Pensavo che non avesse alcun senso questo combattere, morire e fare foto. Poi arrivò il generale Theodore Roosevelt Jr.» che gli comunicò che era stato assunto dalla prestigiosa rivista Life.
Una costante delle foto di Capa è che non riprendono combattimenti ma momenti successivi e hanno come soggetti sia gli stessi soldati che i civili.
Sembra che il fotografo voglia proprio denunciare la bestialità della guerra, mettendo in risalto proprio il dolore, le sofferenze, delle persone che loro malgrado sono coinvolte e costrette a subirla.
Emblematiche sono, ad esempio, la foto della bambina ferita in braccio al padre, o l’altra dell’anziana che a fatica si muove fra le macerie delle case bombardate.


Queste sono solo due delle commoventi testimonianze lasciateci dal fotografo ungherese, il quale anche dopo la fine della guerra in Europa continuò a frequentare teatri di guerra, fino a perdere la vita nel 1954, nel Vietnam allora in rivolta contro il colonialismo francese.
Del suo passaggio in Sicilia, oltre alle bellissime foto, resta la testimonianza di un incontro fortuito con un ragazzo che da grande sarebbe diventato un famoso scrittore. L’incontro avvenne nella Valle dei Templi, dove il giovane siciliano si era recato per accertarsi che i templi non fossero stati distrutti dai bombardamenti. Davanti al Tempio della Concordia vide «un americano in divisa che aveva tre o quattro macchine fotografiche che gli pendevano dal collo», intento a fotografare il tempio. Mentre incuriosito lo osservava, all’improvviso nel cielo sovrastante scoppiò un duello fra aerei nemici. «Immediatamente quel soldato si buttò con la schiena per terra, staccò una delle macchine fotografiche e cominciò a fotografare come se mitragliasse gli aerei», raccontò il giovane. Quando poi gli aerei si allontanarono, il ragazzo e il soldato scambiarono qualche parola in spagnolo e scrissero i loro nomi sui fogli del taccuino del fotografo. «Dopo un po’ ci salutammo sorridenti, io ripresi la mia bicicletta e tornai verso Serradifalco. Poi un giorno guardando in tasca, trovai quel biglietto. Il nome del fotografo era Robert Capa».
Lui, il ragazzo, invece, era Andrea Camilleri, che raccontò l’incontro nel programma «Meraviglie» su RAI 1.

La visita del Museo, oltre all’ammirazione per la bravura di Capa, non può non suscitare le ovvie riflessioni sulla brutalità e l’assurdità della guerra, di tutte le guerre.
Vedere il dolore, le sofferenze, la distruzione che appena ieri hanno colpito il nostro Paese, ci fa sentire ancora più vicini ai milioni di persone che oggi, in varie parti del mondo, subiscono le stesse violenze.
È sconfortante vedere come oggi, anche nella nostra per certi versi ancora civile Europa, i governanti di quasi tutti i paesi siano animati da un anacronistico spirito bellicista, come se avessero perso la memoria storica di quello che ognuno dei loro popoli ha subito, come se non avessero mai visto le immagini della distruzione subita dalle loro città, come se non avessero mai ascoltato le testimonianze della generazione dei loro genitori.
È inquietante constatare che nessuno di loro si rende conto che se ci sarà una guerra totale nessuno sopravviverà, nemmeno loro che hanno contribuito a scatenarla o non hanno fatto niente per evitarla.
Si ringrazia il Museo per l’uso delle foto.
