Mentre gli scrittori finalisti al Premio Strega se ne vanno in giro su un pulmino stile “Quattro ristoranti” in attesa di conoscere il vincitore, ci sono altri che silenziosamente raccontano storie senza necessariamente citare colleghi passati a miglior vita per avere un po’ più di visibilità. Anche se, bisogna ammetterlo, sono in tanti a dire “accidenti perché non ci ho pensato prima io?”
Senza la necessità di un pulmino liquoroso, la casa editrice Graphofeel di Roma pubblica “Il fuoco che abbiamo sepolto” di Alfonso Fanella, giovane autore siciliano che affronta l’atavico problema dell’essere e della continua alternanza, nella vita di ognuno, di distruzione e ricostruzione.
“La storia dell’umanità, per citare Elsa Morante, è un susseguirsi di conflitti, ma non vanno per forza letti in chiave negativa. Già Freud si interrogava sulle pulsioni umane e sulla spinta distruttiva che alberga in ciascun individuo. Se è vero che è impossibile estirparla, possiamo quanto meno “canalizzarla” al meglio. D’altronde la vita è trasformazione continua. Ogni giorno ci svegliamo diversi da come ci siamo addormentati, ma dove sta il punto di rottura?

E’ la storia di Alberto Gastaldi. L’uomo dopo quindici anni di assenza, torna a Rambàgo, il suo paese natale sulle colline pisane. Lì, da ventenne, l’incontro, in una strana estate, con due personaggi inquietanti avrebbe segnato per sempre la sua vita.
Milan Juric è un ex combattente jugoslavo in fuga dai fantasmi della guerra in Bosnia Erzegovina, giunto in paese con il suo oscuro passato. Nella stessa estate arriva anche Elisa, che torna dall’Inghilterra dopo la perdita del figlio. Entrambi trovano in Alberto una forma fragile di riscatto: Elisa attraverso una corrispondenza che si trasforma in un legame intimo e ambiguo, Juric, mostrando al ragazzo il fascino contorto della forza e della violenza. Alcuni eventi drammatici di quell’estate stravolgeranno la vita di Rambàgo e dei suoi abitanti, mentre Elisa scompare nel nulla. Cosa è accaduto?
Alberto lo scoprirà solo quando si sarà misurato con la linea sottile che separa il fuoco che illumina da quello che distrugge e che abita ogni essere umano.
Il fuoco che abbiamo sepolto diventa un romanzo emblematico sulle difficoltà che ciascuno deve affrontare per definire la propria identità, in equilibrio tra contrasti, ferite e desideri mai del tutto sopiti.
Il ricordo è lo scalpello con cui ciascuno plasma la propria personalità. Ma bisogna fare attenzione: uno scalpello si può trasformare velocemente in un’arma: basta un colpo più forte e l’anima va in frantumi. Il romanzo credo che chiarisca bene questo aspetto: rancore, depressione, immobilismo… sono diverse reazioni alla dittatura dei ricordi. Ciascuno deve fare i conti con il proprio dolore e non tutti riescono con facilità. Ho voluto in qualche modo interrogarmi su quale sia la giusta misura che dovrebbe muovere gli individui, in perenne conflitto interiore tra pulsioni spesso laceranti, soprattutto oggi, in un’epoca segnata da conflitti e prese di posizioni nette.
L’AUTORE
Alfonso Fanella, nato a Castelvetrano nel 1989, attualmente vive a Genova. Si è laureato in Storia nel 2013, con una tesi sul conflitto serbo-croato degli anni Novanta e sul racconto che ne ha fatto il giornalismo italiano dell’epoca. Il suo primo romanzo, Storia di un fiume in piena, è stato pubblicato da De Ferrari Editore (Genova, 2024).
