Difficilmente si parla di documentari, ma il docufilm che racconta la storia di Giulio Regeni, o meglio, il processo che si svolge in Italia contro i quattro ufficiali dei servizi segreti egiziani imputati di rapimento, tortura e omicidio ha valicato i confini dell’arte cinematografica per sconfinare in quella politica, che di arte non ha nulla, se non quella di bocciare o premiare in base a criteri che cambiano a seconda di chi siede in commissione.
Il film di Simone Manetti prodotto dalla società indipendente Ganesh Produzioni è stato distribuito nei cinema italiani il 2 febbraio di quest’anno ma il caso è scoppiato dopo che il 3 aprile sono uscite le graduatorie delle richieste dei contributi cosiddetti selettivi e si è appresa la notizia che il documentario “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” non aveva ricevuto i fondi pubblici per i quali aveva fatto domanda. A quel punto i metodi di assegnazione dei finanziamenti per le produzioni cinematografiche sono saliti all’attenzione di tutti e l’esclusione è diventata un caso politico, tanto che due membri di altre commissioni che assegnano quei fondi si sono dimessi nonostante non si fossero occupati della valutazione del documentario in questione.
Infatti, secondo “Il Fatto Quotidiano” che ha lanciato l’accusa, la commissione nominata dal governo è rea di aver escluso il documentario a vantaggio di altri lavori più in linea con le sue posizioni politiche.

Il film su Regeni era il primo tra le opere non ammesse al finanziamento per i documentari: al 36esimo posto su 118 film valutati. Manco a farlo apposta, ne hanno finanziato 35. Aveva chiesto 131mila euro, a fronte di un budget totale di 328mila euro. Non ha ricevuto un euro.
Allora qualcuno si è chiesto: perché non assegnare fondi pubblici a quel documentario dovrebbe essere una questione politica? Non potrebbe semplicemente essere una problema di “qualità”? E perché la bocciatura fatta da una commissione fa etichettare politicamente e di sinistra un documentario che viene escluso? La risposta potrebbe essere nel vedere dove vanno a finire certi finanziamenti pubblici in ambito culturale, diciamo che c’è da rabbrividire, a volte sembra di trovarsi davanti i ciclopi di Atlantide (secondo una recente pubblicazione esistono entrambi) e non puoi farci niente, ma tant’è, il docufilm riprende ad essere proiettato nelle sale cinematografiche e fra queste non poteva mancare la Multisala Badia Grande di Sciacca che proietterà il film il prossimo 23 aprile nel corso di un evento speciale con inizio alle ore 21.00.
“Prima della proiezione -ci ha detto Sino Caracappa- ci sarà un intervento della giornalista Paola Caridi che sin dall’inizio ha seguito la triste vicenda del ricercatore ucciso in Egitto“
Perché a differenza dei burocrati politici, al cinema conta la qualità del prodotto e la storia che viene raccontata.
