Tra le opere selezionate per la mostra “Mediterraneum Collection“, cuore della diciottesima edizione del Med PhotoFest 2026, c’è anche uno scatto della fotografa e giornalista Donatella Turillo. Grazie alla sua consolidata esperienza, Donatella Turillo ricopre da anni il ruolo di fotografa ufficiale del Taormina Film Fest e della Fondazione Taormina Arte Sicilia.

Ma è proprio dalla prestigiosa vetrina internazionale — che oggi vede protagonista uno dei suoi scatti — che prende il via il mio dialogo con Donatella: un viaggio tra giornalismo, identità siciliana e fotografia d’autore, dai grandi palcoscenici come il Teatro Massimo Bellini fino a una riflessione lucida e mai banale sulle donne, sul dolore e sul vuoto dei social network. In questa intervista ci racconta la forza dello “sguardo femminile” e il valore di una fotografia d’autore che, nell’epoca degli algoritmi da una parte e dell’ossessione per la chirurgia estetica dall’altra, sceglie di custodire le imperfezioni della vita autentica.
La mostra “Mediterraneum Collection” è allestita alla Galleria d’Arte Moderna di Catania (in Via Castello Ursino 32) a cura dell’Associazione Culturale APS Mediterraneum; l’esposizione riunisce 80 fotografie di altrettanti autori italiani e stranieri e sarà visitabile fino al 30 settembre 2026.
L’Intervista
D: Partiamo dallo scatto dal titolo “Nessun dorma. La cena è servita”, la tua opera selezionata per la diciottesima edizione internazionale del Med PhotoFest: cosa c’è dietro questo scatto? Cosa ti ha ispirato e quale atmosfera e messaggio vorresti che arrivasse al pubblico?
R: Lo scatto è stato eseguito in occasione del trentesimo congresso nazionale FIC (Federazione Italiana Cuochi) che si è tenuto al Teatro Massimo Bellini. Dietro questa immagine c’è una lunga storia emotiva, tecnica e forse anche rocambolesca: una storia che non svelerò, ma che rimane ben in vista negli archivi dei miei scatti. Perché è difficile da immaginare, ma un “semplice” click è il rivestimento stesso dell’anima del fotografo. Le fotografie narrano tre storie: quella che vive l’artista attraverso la sua macchina fotografica, quella che vivono i soggetti immortalati e ciò che essi stessi pensano sia la visione del tutto. L’uso della macchina fotografica talvolta rappresenta un portale da cui passano le emozioni del momento. Quel momento, ancora una volta, mi ha resa orgogliosa di essere italiana e catanese, racchiudendo in uno scatto magico i valori artistici e culinari del nostro paese.
D: Tu sei anche giornalista. Quando fotografi, quanto pesa la formazione giornalistica nel tuo modo di guardare una scena? La fotografa cerca la verità in modo diverso dalla giornalista?
R: Da giornalista tendenzialmente mi viene naturale riportare i momenti come fossero degli attimi di cronaca, da racchiudere secondo per secondo nell’invisibile tessera del mosaico formato dai pixel: un piccolo quadratino con un unico colore pieno, che sembra così astratto, per poi creare, invece, quella magia che si trasforma in immagine, comunicazione, emozione. Dico tendenzialmente perché poi emerge il mio essere emotiva e passionale, per cui amo cogliere le smorfie e le espressioni dei volti per raccontare ancora una volta ciò che le parole non dicono. Davanti alla macchina fotografica non si può fingere. Ciò che immortalo è ciò che vedo, che accade.

D: Nei tuoi lavori hai affrontato più volte temi legati alle donne, alla violenza, alla fragilità e alla dignità. Secondo te una fotografia può limitarsi a documentare la realtà oppure può diventare uno strumento per cambiarla? E qual è, secondo te, la responsabilità di una fotografa quando decide di raccontare il dolore o la vulnerabilità di un’altra persona?
R: L’arte è assolutamente uno strumento per raccontare, denunciare e colpire la coscienza sociale. Da sempre attraverso l’arte si è immortalato il vissuto umano; l’arte documenta le emozioni, il sentire personale e collettivo. Personalmente non amo esporre il dolore umano: speculazione, voyeurismo, mancanza di sensibilità e rispetto. Una tragedia, ad esempio, non si dovrebbe trasformare in spettacolo, in visualizzazioni, in like. Oramai l’assuefazione al dolore attraverso le immagini ha reso crudele l’umanità a discapito di tutti, e soprattutto dei bambini e degli adolescenti. Le immagini sono sempre più violente, lacerano l’anima e corrodono i pensieri.
D: Nel mondo della fotografia le donne sono state a lungo raccontate dallo sguardo maschile. Pensi che esista davvero uno “sguardo femminile” nella fotografia? E, se esiste, in che cosa si distingue?
R: Sono assolutamente convinta che il modo di sentire e percepire il mondo sia diverso, lo sguardo cambia. La mia mostra “Selfie, deserto virtuale”, seguita anche da diverse testate nazionali, raccontava proprio questo. Ho fotografato delle donne con abiti succinti, da notte o in lingerie, che a loro volta si autofotografavano con il cellulare per poi mandare lo scatto a qualcuno, di propria conoscenza reale o meno, attraverso i social. Attraverso questo progetto ho voluto mettere in luce il vuoto che c’è nel mondo dei social e dei sentimenti: ormai l’amore passa dal web e si distrugge con il web. Sicuramente le donne da me fotografate — rigorosamente non modelle, ma donne comuni — hanno vissuto con tranquillità il mio sguardo sul loro corpo, credo con molto meno imbarazzo.

D: Quando una donna fotografa un’altra donna, cambia necessariamente il modo in cui quella persona viene rappresentata? E soprattutto, può cambiare il modo in cui raccontiamo le donne, il loro corpo, la loro fragilità ma anche il loro ruolo nella società?
R: Il ruolo delle donne nella società di oggi non è nitido, considerando il mio occhio fotografico. L’ostentazione volgare, aggravata dall’eccessivo uso della chirurgia estetica e derivati, mi disturba: preferisco non fotografarla. La meravigliosa miscelanza di etnie, nei loro diversi usi e costumi, mi affascina; difatti, fotografare la società di oggi e i suoi nuovi colori è un progetto fotografico che accarezzo da tempo. La donna oggi, secondo me, sta cercando ancora di affermare la propria identità — un traguardo che sembra lontanissimo — e la propria indipendenza fisica e mentale. È un discorso ampio e complesso che tratto fotograficamente in punta di piedi. Nella mia mostra “Sogni perduti” del 2017, al Museo Emilio Greco, ho affrontato il tema del femminicidio utilizzando delle bambole vecchie, distrutte, morenti. Ho preferito mandare il messaggio attraverso una comunicazione simbolica e d’impatto.
D: Viviamo in un’epoca nella quale siamo sommersi dalle immagini e tutti possono fotografare tutto. Che cosa rende ancora oggi una fotografia “fotografia d’autore” e non semplicemente un’immagine?
R: La foto d’autore è fatica, pensiero, sentimento, pazienza. Lo smartphone è progettato per automatizzare ogni decisione, restituendo un’immagine immediatamente “pronta” tramite calcoli algoritmici. Il lavoro d’autore, al contrario, nasce da un processo consapevole dove la tecnologia è solo uno strumento al servizio di un linguaggio visivo personalizzato. Chi fotografa per professione non “registra” semplicemente la realtà, ma la interpreta. Sa dove posizionarsi rispetto alla luce, come guidare l’occhio dell’osservatore attraverso le geometrie dell’inquadratura e come isolare il soggetto eliminando il superfluo. Un algoritmo riconosce i volti, ma non sa interpretare la tensione di un secondo prima di un abbraccio, l’espressività irripetibile di un gesto durante uno spettacolo o la verità di uno sguardo in un ritratto. Personalmente non amo i lavori post-prodotti che potrei definire pura grafica, anche se eccellente. La foto pura riporta le imperfezioni della vita, dell’essere stesso.

D: Quanto Catania e la Sicilia entrano nel tuo modo di fotografare? C’è qualcosa del territorio siciliano che riconosci nel tuo sguardo anche quando fotografi lontano dalla Sicilia?
R: Certo! La mia sicilianità emerge in tutto: in quella profonda necessità, tutta meridionale, di esprimersi con singolare intensità, cercando tra i volti delle persone, ovunque io sia, le espressioni di chi mal cela le emozioni.
D: Se dovessi scegliere una sola parola per definire il tuo rapporto con la macchina fotografica, quale sarebbe: memoria, denuncia, emozione, libertà o altro? E perché?
R: Per me la macchina fotografica è rinascita, libertà, serenità. A volte è la mia migliore confidente.

