Appendice alla serie “E QUALCOSA RIMANE – IL 1975”
Ad alcuni lettori masochisti è dispiaciuto che si sia conclusa la serie di racconti sulla grande musica del 1975, così, alla vigilia della riapertura delle scuole, sadicamente li accontento con quest’altro brano di quell’anno, che tocca tutti, perché tutti siamo stati e abbiamo avuto compagni di scuola.
♫ ♬ Compagno di scuola, compagno di niente♬ ♫
La voce di Antonello Venditti annuncia a Francesco l’arrivo di un messaggio su WhatsApp. Lui, grande appassionato di buona musica italiana degli anni Settanta, ha suonerie personalizzate per ogni familiare o amico e il gruppo degli ex compagni di classe non può avere che “Compagno Di Scuola”, come suono della notifica.
Il gruppo è nato quando alcuni di loro, ormai pensionati o quasi, si sono ritrovati e ne hanno fatto una classe virtuale, dove parlare di cose serie ma anche babbiare, come in una classe vera. Fu Francesco a proporre di chiamare il gruppo “Compagnucci del Cutelli” (il loro liceo), come omaggio ad Alberto Sordi e ai “Compagnucci d’a parocchietta”, protagonisti di una trasmissione radiofonica che andava in onda negli anni Quaranta, quando Albertone era ancora all’inizio della sua carriera.
Dopo le lunghe conversazioni dei giorni precedenti con il suo amico Ciccio su Rimmel, Affacciati, Affacciai e Wish You Were Here, Francesco decide di fare una chiamata di gruppo con i compagnucci per sentire le loro reazioni alla canzone di Venditti.
«Ciao ragazzi, stamattina ho pensato a voi e ai tempi del liceo, perché mentre ascoltavo musica durante il mio consueto allenamento di nordic walking, è spuntata, quasi all’improvviso mi viene da dire, Compagno Di Scuola, di Venditti. Così ho voluto riunirvi per sentire cosa suscita in voi l’ascolto di quel brano e il ricordo di quegli anni. Chi comincia?»
Interviene Silvana, non per rispondere ma per una precisazione: «Per la cronaca, Venditti ha scritto altre due canzoni che parlano della scuola, Notte prima degli esami e Giulio Cesare, dedicata al suo liceo.»
«Già,» risponde Francesco, «nella quale cita i mondiali di calcio del ’66, quando la Nazionale fu eliminata dalla Corea del Nord. A noi è andata molto meglio, perché i mondiali della nostra maturità furono quelli del Messico, con il leggendario 4-3. Allora, chi comincia?»
Il primo è Vito, che da bravo ingegnere aeronautico, vola alto: «Le gambe delle mie compagne di classe e delle ragazze del Cutelli.»
«Il solito maschio idealista,» ironizza una delle compagnucce.
«Non mi fraintendere, non è come pensi,» risponde Vito, «non dimenticare che io progetto aerei. Quando ne vedo uno la prima cosa che osservo sono le ali, perché hanno il compito indispensabile di sostenere il peso dell’aereo quando vola. Lo stesso per le gambe, che sostengono il corpo femminile quando si muove. Dunque se le guardo è solo per una deformazione professionale,» conclude.
«E il sostegno di quando stanno sedute non lo guardi?» chiede Francesco.
«La finite di dire banalità?» interviene la stessa compagnuccia, che poi chiede «Francesco, anche tu ti beavi con le nostre gambe?»
«Mah! Senza offesa per nessuna, a me le gambe delle ragazze prese in blocco non interessavano molto. A me interessava una ben precisa, che era seduta nel banco davanti al mio. Ricordo come allungavo il collo per sbirciare i pochi centimetri di cosce che si intravedevano appena, sotto il grembiule.»
Francesco riflette un attimo, poi aggiunge «per restare in tema Venditti, preciso che non era “quella del primo banco, la più carina, la più cretina, che rideva sempre …”. Lei era molto carina, anche se non la più carina, e rideva facilmente, si, però non era affatto cretina, tutt’altro.» Fa un’altra pausa e conclude «Si, mi piaceva molto.»
«Chi era?»
«Rosalia.»
«Rosalia? Non c’era nessuna Rosalia, in classe.»
«Infatti non ce n’erano. La chiamavo io, Rosalia, perché è palermitana.»
«Erano due, le palermitane, ma ho capito di chi stai parlando,» interviene ancora Vito. «L’hai più sentita, dopo la scuola?»
«No, mai sentita. So solo che fa l’avvocato. Se vuoi sue notizie prova a chiedere a Turi. Eravamo rivali, perché piaceva molto anche a lui.»
«Fa l’avvocato e piaceva a Turi, hai detto? Vuoi vedere che …»
«Cosa?»
«Lo sai che Turi ha scritto un romanzo?»
«Si, lo so. Scrivono tutti oggi. Dovrei provare a farlo anch’io, magari divento famoso. Ma che c’entra il romanzo di Turi?»
«La protagonista femminile è una ragazza palermitana che si chiama Rosalia ed è avvocato. Chissà se si è ispirato a lei, per la protagonista.»
«Non credo. Anni fa l’ho incontrato e abbiamo parlato anche di lei, ma mi ha detto che non ne sapeva niente nemmeno lui. È stato un amore adolescenziale, di quelli che non lasciano il segno.»
«E dei professori chi ricordi in particolare?» continua la stessa compagnuccia.
«Non so perché, ma il primo che ricordo sempre, con simpatia, quando penso al liceo, è Leone, con la sua R col fischio, profondamente siciliana. Era un signore, severo ma imparziale. Forse è grazie a lui se ancora oggi sono in grado di citare Cratete di Tebe, e amo Esiodo e Le opere e i giorni, anche se in grammatica greca ero mediocre.»
«Leone mi piaceva tanto, era silenzioso, ma non scorbutico.» A parlare è stata Amalia, alla quale fa seguito Silvana «Del prof. Leone ricordo quando batteva la mano sulla cattedra sempre più forte, senza dire una parola, per riportare il silenzio in aula.»
«Io ricordo il gesto che faceva affinché si chiudessero le finestre … metteva le braccia dritte davanti a sé e muoveva le mani come se fossero le ante della finestra,» aggiunge Vito.
«Io quando distendeva le sue lunghe braccia sulla cattedra e spiegava, spiegava senza fare mai una pausa» interviene Serena.
«E ripetendo la lezione con le stesse esatte parole dell’anno prima», aggiunge Silvana.
«“con le stesse parole da quarant’anni di onesta professione”, dice Venditti», completa Francesco, che poi prosegue «dice anche “e le fughe vigliacche davanti al cancello”. Ricordate fughe vigliacche?»
«L’unica fuga che ricordo io era l’assalto al banco della tavola calda durante la ricreazione, che più o meno fa il paio con un altro verso della canzone, “avanti! tutti al bar, dove Nietsche e Marx si davano la mano» risponde Silvana, che aggiunge «ma torniamo ai professori. L’odiosa professoressa di chimica, per esempio.»
«Io la ricordo con terrore, anche se un anno mi ha graziato. Forse aveva capito che anche se mi rimandava, di chimica non avrei imparato niente lo stesso,» aggiunge Francesco. «Ma di lei avevano paura anche i colleghi. Ricordo che una volta chiedemmo a Leone di farci fare una versione di greco, per permettere a chi ne aveva bisogno di riparare. Però l’unico giorno in cui era disponibile, avrebbe dovuto farsi prestare un’ora da lei, così di fronte alla nostra richiesta rispose terrorizzato “Non-ne-do-ve-te-pallare! Voi siete pazzi se pensate che io chieda l’ora a quella di chimica.”»
«Nemmeno la professoressa di matematica, scherzava,» interviene Vito, «Stefano e Giuseppe l’avevano soprannominata “la Zarina”»
«Lei e il prof di Storia e Filosofia, erano accomunati da una caratterista: sputacchiavano quando spiegavano, con grande disappunto di chi era seduto al primo banco, io per esempio,» ricorda Amalia.
«È vero, sputacchiavano. Io facevo sparire più cose possibili dal banco e poi pulivo,» aggiunge Nancy.
Inevitabile la precisazione di Silvana «La Zarina proprio sputava per terra, perché dopo aver scritto formule alla lavagna, si riempiva la bocca di gesso bagnandosi le dita per girare le pagine del libro che si faceva prestare da quelle del primo banco, che giustamente cercavano di non darglielo.»
«Francesco, visto che questa conversazione è partita da te, a te ora la conclusione,» dice qualcuno.
«Grazie, ma prima vorrei sentire Carla, che ancora non ha parlato.»
«Troppe cose da ricordare sia belle che brutte. Il tempo addolcisce i ricordi ma all’epoca non vedevo l’ora di andare in vacanza e anche di lasciare il liceo. A te la parola,» aggiunge poi, rivolta a Francesco.
«L’ultimo ricordo sono le risate che ci facevamo con Rosalia, che era seduta nel banco davanti al mio. Una volta che il supplente di italiano, avendo sentito dei suoni provenire dalla nostra parte, si avvicinò guardandoci fisso con aria minacciosa, io riuscii a rimanere impassibile come una sfinge. Lei invece scoppiò a ridere e fu punita con qualche 2 o 3, probabilmente. E tanto altro,» conclude Francesco. «Magari faccio come Turi, e ci scrivo un racconto.»
Questo racconto, con ricordi autentici miei e degli altri, è dedicato alla nostra compagnuccia Clara, che l’anno scorso ci ha lasciati prematuramente, e a tutti coloro che sono stati e hanno avuto compagni di scuola.
