La televisione italiana perde il suo maestro di cerimonie. Pippo Baudo è morto a Roma il 16 agosto, a 89 anni. In oltre sessant’anni di carriera è stato il più riconoscibile dei conduttori, il volto che ha traghettato il piccolo schermo dall’età pionieristica all’era contemporanea, conducendo 13 Festival di Sanremo e un numero impressionante di programmi che hanno fatto storia, da Canzonissima a Domenica In.
Con Baudo se ne va non solo un primato, ma uno stile. Un’idea di televisione fondata su preparazione, misura, controllo della scena e rispetto del pubblico. Carlo Conti, di recente, ha rivendicato con orgoglio un “Festival baudiano”: il modo in cui oggi immaginiamo Sanremo – i ritmi, l’equilibrio tra gara e racconto, la cura della scaletta – porta la sua impronta. E non a caso lui stesso amava dire, con la sua ironia, «il format l’ho inventato io».
Professionista assoluto, Baudo è stato anche un grande talent-scout. L’elenco di artisti che gli devono la scintilla del grande pubblico è lungo: da Lorella Cuccarini e Heather Parisi a Laura Pausini, Andrea Bocelli e Giorgia. Ha avuto il fiuto e il coraggio di mettere i giovani sotto i riflettori giusti, nel momento giusto, senza mai rubare loro la scena. Era la sua firma: dare spazio, accompagnare, mettere ordine.
Ma Baudo resterà nella memoria collettiva anche per l’eleganza. Non soltanto l’abito – impeccabile, la cravatta sempre d’obbligo la sera – ma un vero galateo della tv, fatto di sobrietà, di attenzione alle parole, di educazione come cifra estetica e morale. «Purtroppo oggi l’eleganza è rara», diceva in un’intervista-manifesto: la misura non era per lui una posa, ma una responsabilità nei confronti di chi guarda. È questo il tratto che lo ha reso, prima ancora che “re dei presentatori”, un gentiluomo del video.
Quell’eleganza era figlia della sua sicilianità. Nato a Militello in Val di Catania, laureato in Giurisprudenza all’Università di Catania, Baudo non ha mai reciso il legame con l’isola. Ha portato in tv dialetti, musiche, volti e ha dato una mano alle energie culturali del territorio: basti ricordare la stagione al Teatro Stabile di Catania, di cui è stato presidente e direttore artistico. Era un “siciliano per bene” nel senso più pieno: orgoglioso delle radici, allergico all’urlo e agli eccessi, disposto a metterci la faccia ma non a prestarla a convenienze di parte.
Dopo di lui la televisione cambierà ancora. Ma se cerchiamo un manuale non scritto di bravura, professionalità, eleganza e classe, lo ritroveremo nei suoi silenzi ben piazzati, nelle presentazioni senza una piega, nella cura dei dettagli. E in quel tono inconfondibile, gentile e autorevole, con cui per decenni un siciliano per bene ha bussato – sempre con discrezione – alla porta di casa nostra.
