Foto di Gordon Johnson da Pixabay
Il secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca sta stravolgendo gli equilibri geopolitici e le alleanze che sembravano incrollabili. In passato il “delirio di onnipotenza” statunitense era mediato da un certo decoro formale; oggi la diplomazia è stata sostituita da quella che possiamo definire la “dialettica del bullo”. Il risultato è un asse Europa-USA in difficoltà e un’amministrazione interna che inizia a scricchiolare.
Lo scontro con l’Europa
Mentre il rischio di una rappresaglia dell’Iran preoccupa il continente, la Spagna di Pedro Sánchez si è eretta a voce fuori dal coro, vietando l’uso delle basi di Rota e Morón de la Frontera per il conflitto.
La replica di Trump, brutale e immediata, è arrivata il 3 marzo 2026 durante un incontro con il Cancelliere tedesco Friedrich Merz: il Presidente non solo ha deriso la leadership spagnola per la spesa militare inferiore al 5% del PIL, ma ha dichiarato con disprezzo che gli USA potrebbero usare quelle basi “anche senza permesso”, minacciando il blocco totale del commercio con Madrid, definito “un pessimo leader”. Non si tratta solo di uno strappo diplomatico, ma della delegittimazione di uno Stato sovrano che potrebbe determinare cambiamenti profondi dell’Alleanza Atlantica rispetto a come l’abbiamo conosciuta.
Intanto a Washington…
Probabilmente il caso Kent rappresenta una delle crepe più profonde all’interno dell’amministrazione Trump. Il 17 marzo 2026, Joe Kent, direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo e figura simbolo del movimento “America First”, ha rassegnato le dimissioni e ne ha dato notizia pubblicamente sul social X. Kent, un veterano decorato, ha lanciato un atto d’accusa senza precedenti:
“Non posso in coscienza appoggiare la guerra in Iran. Non rappresentava una minaccia imminente; è chiaro che siamo stati spinti in questo conflitto dalle pressioni di Israele e della sua lobby.”
La risposta di Trump è arrivata durante la visita del Premier irlandese allo Studio Ovale per la festa di San Patrizio (patrono dell’Irlanda), ed è stata stata molto dura:
“Ho sempre pensato che fosse un bravo ragazzo, ma ho anche sempre pensato che fosse debole sulla sicurezza, molto debole. Sono felice che se ne sia andato. Se qualcuno nella mia amministrazione non crede che l’Iran rappresentasse una minaccia, non vogliamo quelle persone. Non sono persone intelligenti, o non sono persone esperte” – e ha concluso – “Se qualcuno nella mia amministrazione non crede che l’Iran rappresentasse una minaccia, non vogliamo quelle persone. Non sono persone intelligenti, o non sono persone esperte.”
A stretto giro, la portavoce Karoline Leavitt ha cercato di blindare l’amministrazione, smentendo ogni influenza straniera e parlando di decisioni basate esclusivamente su intelligence verificata.
In Europa, i suoi sostenitori lo hanno spesso giustificato o hanno mitizzato le sue scelte politiche: c’era chi sperava che Trump avrebbe posto fine ai conflitti mondiali, chi ne apprezzava la mancanza di ipocrisia e chi vedeva nella sua strategia uno stimolo per la sovranità europea. Oggi per i trumpiani è sempre più difficile trovare giustificazioni.
Mentre si auto-candidava al Premio Nobel per la Pace, il suo operato raccontava un’altra storia: da un lato il sostegno totale allo sterminio dei palestinesi, con tanto di progetti per resort di lusso sulle macerie di Gaza, dall’altro l’ordine illegale all’ICE di arrestare cittadini americani (soprattutto ispanici) per violazioni dell’immigrazione, seminando panico e tollerando tragiche conseguenze.
Durante il pranzo di San Patrizio, Trump ha accusato l’Irlanda di aver “rubato” l’industria farmaceutica americana. Ha poi intimato a Dublino e agli alleati europei di acquistare gas liquefatto (LNG) americano a prezzi esorbitanti per “ridurre il deficit”, avvertendo che la NATO affronterà un “bruttissimo futuro” se i membri non invieranno navi da guerra nello Stretto di Hormuz.
Precedentemente, in un’intervista alla NBC datata 15 marzo, Trump aveva commentato i raid sull’isola iraniana (sito del principale terminal petrolifero) suggerendo che gli USA potrebbero bombardarla ancora “anche solo per divertimento” (just for fun).
Oggi l’Europa paga il prezzo di un servilismo storico, acquistando gas americano a prezzi esorbitanti e subendo minacce dirette alla propria sovranità. La domanda ora è: le dimissioni di Kent mineranno la stabilità dell’amministrazione e la fiducia degli elettori di Trump, già compromessa dalle promesse elettorali tradite con l’attacco all’Iran?
