Perché voterò NO al referendum sulla Riforma della Giustizia
In questi mesi, il dibattito sul referendum sulla riforma della Giustizia si è acceso. Chi si è esposto mediaticamente per difendere l’autonomia della magistratura ha argomentato ampiamente le criticità attuali della giustizia italiana e ha indicato le soluzioni, affrontando l’ennesima e consueta campagna di delegittimazione. È emblematico osservare come siano sempre i magistrati che lottano contro Mafia, ‘Ndrangheta e Camorra, o giornalisti che si occupano di queste tematiche ad essere attaccati duramente e sulla base di polemiche surreali. Inoltre, ridurre la questione referendaria a “schieramento politico” è una distrazione che serve a nascondere la gravità di scelte politiche che deliberatamente depotenziano la lotta al malaffare. Il punto è: non si possono risolvere i problemi della giustizia demolendo i pilastri della nostra Costituzione.
Privare per legge la magistratura della propria autonomia dalla politica è un errore che non risolve nessuna delle problematiche esistenti. Al contrario, questa riforma ci espone a rischi enormi: è l’ultimo tassello di un disegno normativo che sta sistematicamente smantellando i presidi di legalità.
Se uniamo i pezzi delle modifiche legislative degli ultimi anni, il quadro d’insieme non fa pensare a tutele per la gente comune, ma a uno scudo per i centri di potere e la politica collusa. Vale la pena riassumere brevemente quali sono state le ultime modifiche in materia di giustizia e reati.
Il reato di Abuso d’Ufficio è stato eliminato e oggi non è più perseguibile il pubblico ufficiale che usa il proprio potere per favoritismi o vendette personali.
Modificando il reato di Traffico di Influenze illecite si restringela punibilità solo a casi limite, legalizzando di fatto zone d’ombra che prima la magistratura poteva illuminare e sanzionare, lasciando la collettività priva di difese contro i mercanti di favori.
La “legge bavaglio” vieta alla stampa di pubblicare integralmente o per estratto le ordinanze di custodia cautelare e impedisce ai cittadini di conoscere i dettagli (e i nomi) dietro arresti eccellenti.
Inoltre, sono state introdotte norme tecniche che ostacolano il lavoro investigativo. Il limite dei 45 giorni per le intercettazioni rende più difficile ricostruire reti complesse nelle grandi inchieste di mafia o corruzione.
L’Interrogatorio Preventivo èun “cortese preavviso” che consente alla difesa di prendere visione degli atti, incluso l’identità degli accusatori, prima che la restrizione venga applicata, con il rischio di concedere il tempo all’imputato di inquinare le prove, coordinare versioni con i complici o far sparire patrimoni illeciti.
Infine, il limiti all’Appello impedisce al Pubblico Ministero di fare appello contro le sentenze di proscioglimento per una specifica categoria di reati, come ad esempio furto aggravato, truffa, lesioni personali colpose e alcuni reati contro la Pubblica Amministrazione, a discapito della ricerca della verità.
Il rischio di una deriva autoritaria
Indebolire l’indipendenza dei magistrati significherà non avere più indagini sui colletti bianchi e sugli illeciti commessi da chi ha potere politico, economico e finanziario, contemporaneamente l’opinione pubblica sarà all’oscuro rispetto ai reati commessi dai centri di potere. Invece di eliminare le disuguaglianze, sarà garantita l’impunità ad una casta sempre più intoccabile.
Diverse affermazioni di esponenti politici di Governo, confermano i sospetti e rendono il quadro d’insieme inquietante. Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il 25 gennaio 2026, dal palco di un evento di Forza Italia organizzato per sostenere le ragioni del “Sì” al referendum sulla giustizia, dichiara: “Non basta la separazione delle carriere, non basta la riforma del Csm. Serve completare. Penso anche di aprire un dibattito se è giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati“. Questo significherebbe dare al Governo di turno il potere di decidere su cosa indagare e su cosa no.
In una recente intervista che ho fatto al Procuratore Capo di Napoli, Nicola Gratteri commenta le parole di Tajani e questa eventualità dicendo: “Se l’ufficiale di polizia giudiziaria, che ha il vincolo del segreto istruttorio e che oggi deve rispondere solo al Pubblico ministero, lo spostiamo e lo mettiamo sotto l’esecutivo, sicuramente si sentirà intimorito e sarà molto più prudente, non farà indagini a rischio che riguardano centri di potere che hanno riferimenti diretti o indiretti con i ministeri o con il partito del ministro di turno”.
La lungimiranza dei nostri Padri Costituenti ha infatti previsto il pericolo e preso le opportune contromisure: l’Articolo 109 della Costituzione stabilisce chiaramente che “l’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria”, questo proprio per garantire che le indagini siano autonome e non influenzate dal potere politico.
Mentre si discute di questa riforma, il Ministero della Giustizia arriva a chiedere all’ANM l’elenco dei finanziatori del comitato per il “No”. È una dimostrazione pratica di un approccio antidemocratico che fatica a tollerare il dissenso e che brama il maggiore controllo possibile. E quando mancano gli argomenti o diventa difficile rimediare agli errori di comunicazione che svelano le reali ambizioni del Governo, ecco che si sposta l’attenzione su altri temi che alimentano la rabbia sociale per coprire lo smantellamento dei diritti.
Viviamo in un sistema dove il cancro della corruzione e i legami opachi tra mafie e politica non sono fenomeni rari e isolati, ma arrivano a colpire il cuore delle istituzioni. Ciò ha gravi ripercussioni su tutto il Paese e sempre a discapito dei cittadini, poiché corruzione e collusione alterano le regole del mercato e avvelenano ogni settore, trasformando la gestione della cosa pubblica e l’imprenditoria in territori di saccheggio.
Io ho a cuore la lotta alle mafie, che deve procedere di pari passo con il contrasto a ogni forma di infiltrazione o collusione politica. Comprendo bene che non tutti gli italiani, da nord a sud, abbiano la stessa sensibilità su determinati temi e che possa essere assai diversa la percezione di ciò che è davvero prioritario. Dipende sempre dal punto di vista, ma non si può davvero voltare lo sguardo e ignorare il rischio concreto di una deriva autoritaria. È necessario esporsi e scegliere. Votare “No” è l’ultima difesa di una Costituzione nata per garantire che la legge sia uguale per tutti, non uno strumento al servizio di chi detiene il potere.
