«Ma che ha?»
In attesa che arrivasse l’ora di cena, sorseggiavamo acqua e anice all’ombra del maestoso carrubo nel cortile della casa al mare dei miei amici, parlando della ritrovata competitività della Ferrari e della strepitosa recente vittoria del nostro beniamino, sir Lewis Hamilton, al Gran Premio di Catalogna.
A un certo punto rimasi sorpreso dai modi bruschi, quasi sgarbati, con cui Lia si rivolse a Francesco. Alla mia domanda, lui fece una smorfia e mi rispose con tono triste «temo che siano i primi sintomi dell’età. Sta diventando intollerante e mi tratta come un bambino.»
«Si, ma nello specifico qual è il problema?»
Tergiversò un po’, poi mi spiegò. «Prima, quando siamo andati a fare la spesa, mi è capitato di voltarmi a guardare una donna. L’ho guardata per un attimo, ma lei si è arrabbiata e me la sta facendo pagare. Dice che mi comporto come un vecchio bavoso, ma non è vero, giuro. È che questa somigliava a lei quando aveva quarant’anni. Per questo mi sono voltato.»
«Possibile che per uno sguardo se la sia presa tanto? Glielo hai spiegato?»
«Si, ma non è servito a niente.» Fece una breve pausa, poi aggiunse «È che è già successo ieri, per questo si è arrabbiata così.»
«Ah! allora dilla tutta. Non mi sembra che abbia tutti i torti.»
«Non hai capito, Ciccio. Capita a tutti di guardare una donna che ti passa davanti. Ma senza secondi fini. Magari ci ricami sopra per un attimo, ma senza fare altro.» Si fermò a riflettere, poi proseguì «Hai presente Le Passanti, la canzone di De André? Ecco, è una cosa del genere.»
«Allora gliela potevi cantare, così la mettevi sul ridere.»
«Sul ridere? Secondo te se le avessi cantato “si piangono le labbra assenti di tutte le belle passanti che non siamo riusciti a trattenere”, avrebbe riso? Mi avrebbe fatto a pezzettini, altro che ridere!» disse sconsolato.
«Avresti potuto spiegarle che se non diventano presenze estranee, le passanti sono innocue.»
«Cioè? Cosa intendi per presenze estranee?»
«Qualcuno a cui continuiamo a pensare anche senza volerlo. Qualcuno che ci entra in testa e non siamo noi stessi.» Mi fermai un attimo e lo provocai chiedendogli «Vediamo se sei preparato. Dove l’ho presa l’idea?»
Lui fece un sorriso di sufficienza e mosse la mano nel classico gesto interrogativo, «Ma ccu cu ti pari ca sta’ parrannu, con chi credi di parlare?» Poi canticchiò «There’s someone in my head but it’s not me.»
Non avevo dubbi. Noi due in tante cose siamo molto diversi, ma abbiamo gli stessi gusti letterari e musicali. Aveva capito che il concetto di presenza estranea l’avevo preso da Brain Damage, uno dei brani dell’ALBUM per eccellenza, sua maestà The Dark Side Of The Moon, il capolavoro spartiacque dei Pink Floyd.

Restammo in silenzio qualche minuto, sorseggiando l’acqua e anice, mentre io seguivo un pensiero che mi aveva sfiorato, passandomi davanti come le passanti della canzone di De André. Riuscii a trattenerlo, però, e ne parlai a Francesco.
«È un peccato che De André non abbia dato un seguito almeno a uno degli incontri di cui parla in quella canzone. Ne poteva venire fuori una bella storia.»
«Perché non lo fai tu?» mi disse, sapendo che ogni tanto mi piace scrivere storie ispirandomi a canzoni d’autore.
«Facciamolo insieme, ma diamogli un’impostazione cinematografica. Alla Lelouch, visto che si parla di un uomo e una donna.»
«Ci sto, scriviamola insieme questa storia. Non sarà alla sua altezza, ma sarà il nostro piccolo tributo al nostro regista francese preferito.»
«Comincia tu,» gli dissi.
«Intanto, oltre all’omaggio a Lelouch, visto che la canzone di De André è la versione italiana di un brano di Brassens, Les Passantes, a sua volta tratto da una poesia di Antoine Pol, direi di ambientarlo in Francia. Che ne dici?» mi disse.
«D’accordo. Ma non a Parigi, troppo banale. Direi a Nantes.»
«Perché proprio a Nantes?»
«Perché siamo partiti da una canzone, e allora attingiamo anche da altre. Nantes in Francia è un classico, ripreso anni fa da Rossana Casale col titolo Piove su Nantes.»
«Si, è una bella canzone. Mi piace molto, anche se è molto triste. Va bene per Nantes, per l’ambientazione, ma torniamo al nostro racconto. Facciamo che lui è un turista e lei una guida, o viceversa?»
«Non so. Fra un turista e la guida ci può essere un contatto occasionale ma senza seguito, come nella canzone. Oppure si piacciono e nasce una storia duratura, come in un’altra canzone. Vediamo se te la ricordi. È preistorica, ti avverto.»
«Facilissimo, Il Cicerone, del grande Edoardo Vianello: “sono un cicerone, che felicità, una pellegrina forse resta qua!” Forse è banale, però.»
«Si, infatti. Io scriverei una storia diversa, senza un finale scontato. Una storia che non finisca con il classico vissero felici e contenti, ma neanche in tragedia, come La signora della porta accanto.»
«E quindi come la vuoi impostare?»
«Vorrei evitare banalità, cose scontate. Mettiamo che ci sono due le cui strade si incrociano, due che sarebbero rimasti reciprocamente passanti, senza un seguito dunque, come nella canzone, se non che per qualche motivo si rivedono, cominciano a parlare, con quel che segue.»
«Ma se si rivedono e si piacciono e si frequentano, con quel che segue, come dici tu, che differenza c’è con l’esempio del turista e della guida?»
«Ora ci arrivo. Non si vedono di frequente, solo ogni tanto. Mettiamo che sono colleghi, ma lavorano in sedi diverse. Se la storia è ambientata a Nantes, diciamo che lei è francese e lui italiano, che periodicamente lui va in Francia e nasce questa amicizia, ma non si frequentano fuori dall’ufficio.»
«Quindi niente incontri ravvicinati del terzo tipo? Non sanno quello che si perdono,» disse Francesco con una risatina.
«Perché? Lo sanno sicuramente, ma …» mi fermai, non sapendo se lui sarebbe stato d’accordo.
«Ma, cosa?»
«È quello che dicevo: evitare banalità. Sarebbe troppo scontato se finissero a letto, come in un qualunque film. Io vorrei scrivere qualcosa di diverso, altrimenti non facciamo che replicare storie già scritte.»
Mentre davamo sfogo alla nostra creatività si avvicinò Lia, che con un tono meno acido di prima, ma sempre con sarcasmo, disse «State parlando di donne, immagino.»
«Di donne e uomini che si incontrano …»
«Con quel che segue,» mi interruppe incautamente Francesco.
Lo guardai sorpreso, perché temevo la reazione negativa di Lia, ma lei si limitò a osservare «Appunto, sempre là l’avete la testa.»
«Al contrario,» risposi io, «in questa storia quel che segue non è quello che pensi tu. Ma ancora non ci siamo arrivati. Se ti vuoi unire a noi, il tuo contributo sarà gradito.»
Benché ci fossero delle sedie libere, lei ci sorprese sedendosi sulle gambe di Francesco e questo mi fece molto piacere, perché forse avevo contribuito ad allentare la tensione che c’era fra loro.
Le spiegai com’era nata la cosa (lei guardò Francesco ma non fece commenti) e poi le dissi come pensavo di impostare la storia che stavamo costruendo.
«Dunque, abbiamo questi due che si vedono saltuariamente, magari mangiano qualcosa insieme, ma non vanno mai oltre questi incontri sporadici.»
«Però direi che si scrivono o si sentono al telefono,» intervenne Lia.
«Si, buona idea. La cosa va avanti per un po’, poi lei si dimette per andare a lavorare in una banca italiana a Parigi.»
«Che combinazione!» commentò Lia. «Non è banale che vada proprio in una banca italiana?»
«No, se diciamo che suo padre è italiano, che è un pezzo grosso di qualcosa e ha aiutato la figlia, che è ancora giovane, ad essere assunta.»
«Visto che la storia la stiamo scrivendo noi, facciamo che è siciliano» disse Francesco.
«Palermitano!» aggiunse Lia perentoria.
«Vada per il palermitano,» ripresi io. «Si vedono ancora qualche volta, quando lui passa da Parigi, ma poi la loro indefinibile storia si interrompe.»
Chiesi se volevano aggiungere qualcosa, ma mi fecero cenno di continuare, così ripresi. «Non si sentono più, ma capita che si pensino, che si chiedano cosa starà facendo l’altro, come si è sviluppata la sua vita, finché, un Natale di molti anni dopo, lui le manda gli auguri, pur senza aspettarsi una risposta. Sbaglia, perché lei risponde con uno stringato ma caloroso “Grazie, ricambio con affetto”, addirittura corredato da una faccetta che manda un bacio. Lui ne approfitta per chiederle se possono riallacciare la loro amicizia, lei però non risponde e fra loro scende di nuovo il silenzio.»
Mi fermai, perché mi resi conto che anziché lanciare idee da valutare insieme ai miei amici, avevo parlato sempre io, ma la storia mi era venuta fuori da sola. Vuoi vedere che ha ragione Francesco a dire che dovrei sviluppare di più questo talento? pensai. Così ripresi. «Lui vive male quel silenzio e si arrovella, perché sa di essere stato sempre leale con lei, e quel “ricambio con affetto” ne è la prova.
“Perché?”, si chiede, “non l’ho mai ingannata, non le ha mai fatto promesse che non avrei mantenuto, eppure prima ricambia con affetto e ora mi ignora.” Deve rassegnarsi, però, anche se non gli dispiacerebbe avere sue notizie.
Mentre parlavo vidi Francesco sfiorare con le labbra un orecchio di Lia. Pensai che le avesse dato un bacio, ma lei, voltando un po’ la testa, fece un impercettibile cenno di assenso.
Mi accorsi, allora, che i miei amici non sembravano convinti, così chiesi «che c’è? Non vi piace?», ma loro, invece di rispondere, si guardarono con aria interrogativa e fecero entrambi una smorfia di dubbio sulla bontà del racconto.
«Allora?» insistetti.
Lia guardò Francesco e con un cenno della testa lo invitò a rispondere lui. «Non è che non ci piace» rispose Francesco un po’ titubante, «ma …». Non seppe continuare e guardò la moglie chiedendo silenziosamente aiuto a lei. Lei fece un’altra smorfia e mosse la testa per farmi capire che non le sembrava gran che, ma non disse niente.
«Ho capito, non vi è piaciuta, pazienza.» Confesso che ci rimasi male, ma almeno avevo contribuito a farli rappacificare.
Più tardi, mentre cenavamo, tornai sul racconto per dire «chissà! magari a De André sarebbe piaciuto», ma loro fecero un’altra smorfia di dubbio e Lia ne approfittò per chiedere «a proposito, visto che il padre della protagonista è palermitano la figlia si chiama Rosalie?»
«No, troppo scontato, meglio un nome più francese. Direi che si chiama Germaine.»
«Come St. Germain Des Près?»
«Oui.»

