Glifosato: l’erbicida più controverso
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Glifosato: l’erbicida più controverso

di Anna Lisa Maugeri

Cos’è il glifosato?

Il glifosato è la sostanza chimica più utilizzata in agricoltura in tutto il mondo da oltre quarant’anni, ma in Europa la prima autorizzazione all’uso è datata 2002.

Il glifosato è un potente erbicida totale, non selettivo, ovvero elimina tutti i tipi di piante infestanti, ad effetto sistemico: bastano 5-6 ore perché venga assorbito inizialmente dalle foglie per poi arrivare alle radici e provocare la morte per essiccamento dell’intera pianta infestante. Solitamente viene cosparso sui terreni agricoli prima della semina per eliminare le erbacce. 

Il suo successo in agricoltura è stato determinato dal basso costo. La prima azienda a produrre il diserbante contenente glifosato è stata la Montesanto Company nel 1974 con il prodotto tutt’oggi in commercio e conosciuto col nome di Roundup.

L’azienda multinazionale statunitense Monsanto Company è stata leader nel settore dell’agrochimica, produttore anche degli Ogm (gli organismi geneticamente modificati appositamente, perché fossero capaci di sopravvivere al massiccio uso del glifosato nei terreni) e di pesticidi come DDT.

La Monsanto Company ha detenuto il brevetto del glifosato fino al 2001, data di scadenza del brevetto.

Da quel momento, qualunque altra azienda produttrice di diserbanti ha potuto realizzare i propri prodotti per l’agricoltura a base di glifosato e immetterli nel mercato.

Altri utilizzi del glifosato nelle nostre città

Di fatto, il glifosato è utilizzato anche per il giardinaggio e per la cura del verde pubblico, nei parchi, sui bordi delle strade, sui binari ferroviari e ovunque sia necessario per garantire il decoro urbano.

Nel 2018 la Monsanto è stata acquisita dal colosso tedesco Bayer, un’operazione costata 63 miliardi di dollari. La Bayer, al completamento della fusione fra le due aziende, ha ritenuto necessario rimuovere il nome della multinazionale americana per non rievocare lo spettro delle tante battaglie ambientali avviate contro di essa e le ombre sui rischi per la salute umana dei prodotti chimici per l’agricoltura.

Glifosato non cancerogeno: perché dubitare dei risultati che lo attestano?

Fu la rivista internazionale Food and Chemical Toxicology a pubblicare nel 2012 per la prima volta uno studio che metteva in discussione l’utilizzo del glifosato e a parlare di tossicità per l’uomo e per l’ambiente.

Un articolo prontamente contestato e addirittura ritirato a causa delle pressioni esercitate dall’azienda produttrice americana che riuscì a farsi scudo dalle accuse grazie alle critiche della comunità scientifica che mise in dubbio i risultati dello studio.

Nel marzo del 2015 l’IARC (International Agency for Research on Cancer) realizza uno studio in laboratorio che invece attesta la pericolosità del glifosato, considerandola una sostanza probabilmente cancerogena per l’uomo poiché provoca danni nelle cellule a livello genetico e induce stress ossidativo.

Alcuni mesi dopo, a novembre del 2015, le organizzazioni governative asseriscono l’esatto opposto: il glifosato non è cancerogeno e non costituisse alcun rischio per l’uomo e l’ambiente, almeno secondo l’EPA, l’Agenzia di protezione dell’ambiente degli Stati Uniti, l’EFSA, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare e l’ECHA, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche.

Tali affermazioni sono state sufficienti perché l’Ue autorizzasse l’uso del glifosato per altri 10 anni, autorizzazione revisionata nel 2017 per i successivi 5 anni.

Peccato che tali valutazioni siano inaffidabili poiché non si basano su studi indipendenti e prove scientifiche, ma sui dati forniti dalle aziende produttrici di glifosato, ovvero si arriva a tale conclusione dai dati di un documento del 2012 fornito dalla Montesanto Company, oggi Bayer.

L’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, ha sempre negato l’accesso agli studi sulla tossicità e la cancerogenicità del glifosato. Nel marzo del 2019, a seguito della denuncia di alcuni europarlamentari ai quali era stato negato l’accesso ai dati degli studi pro-glifosato, la Corte dell’Unione Europea ha finalmente “condannato” l’Efsa ad aprire gli archivi in nome dell'”interesse pubblico prevalente”.

Ad oggi contro la Bayer, l’attuale produttore di glifosato, si sono espressi tre Tribunali negli Stati Uniti, in tre processi differenti. Secondo l’ultima sentenza, datata maggio 2019, il Roundup è stato un “fattore significativo” per due coniugi americani che si sono ammalati di tumore dopo aver utilizzato per decenni il prodotto. Malgrado ciò, il glifosato viene ancora oggi ufficialmente dichiarato come non cancerogeno.

L’Italia e il falso divieto all’uso del glifosato

L’Italia sembrava essere minacciata dalla presenza di glifosato negli alimenti solamente dall’importazione di semi, cereali vari e grani provenienti dall’estero, dove il glifosato è usato massicciamente in agricoltura. Da qui, il problema delle etichettature dei marchi di pasta italiana che devono rigorosamente riportare le indicazioni inerenti alla provenienza del grano utilizzato per la produzione di pasta.

L’Italia, in effetti, si è sempre detta contraria all’uso del glifosato, si pensa, di conseguenza, che sia vietato l’uso del pericoloso erbicida nelle colture del territorio nazionale. In realtà il Decreto Ministeriale del 2016 non vieta totalmente l’utilizzo del glifosato in agricoltura, ma ne regolarizza l’utilizzo ponendo alcune restrizioni o dei divieti parziali.

È vietato l’utilizzo di glifosato nelle aree pubbliche, come parchi, aree giochi per bambini, aree verdi di plessi scolastici e di strutture sanitarie, giardini, campi sportivi e zone ricreative. Comunque se ne vieta l’uso non agricolo sui “suoli contenenti una percentuale di sabbia superiore all’80%, sulle aree vulnerabili e le zone di rispetto”.

Per quanto riguarda l’agricoltura, l’Italia ne vieta l’impiego solo in fase di pre-raccolta per ottimizzare il raccolto o la trebbiatura. Dunque, le aziende agricole italiane continuano a fare uso di diserbanti contenenti glifosato.

A questo punto diventa quasi inutile cercare di verificare la presenza di glifosato nella pasta che compriamo, ad esempio, basandoci sulle indicazioni riportate sull’etichetta della confezione.

Anche se si parla di basso dosaggio presente negli alimenti, la presenza c’è ed è ormai dichiarata nel grano e in molti cereali e legumi, oltre ai semi come quelli di soia. Ingerire continuativamente anche piccole dosi di glifosato nel tempo determina delle modifiche alle cellule del nostro corpo. Si attribuisce alla presenza del glifosato nel grano anche l’aumento di intolleranze al glutine e alle celiachie.

Sappiamo per certo che i medici continuano a dichiarare la pericolosità del glifosato sulla salute umana, mentre chi ne difende l’uso e ne sostiene la non tossicità sono le lobby, le aziende che lo producono e vendono e, purtroppo, anche le agenzie governative che non vogliono chiarire realmente e definitivamente le controversie sul glifosato evitando di verificarne gli effetti sull’uomo attraverso studi indipendenti dalle aziende produttrici.

L’unica possibilità per non avere più terreni e alimenti contaminati da glifosato è una presa di posizione seria di tutti i Paesi dell’Ue.

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