Giovanni Veronesi: “Ecco perché faccio questo mestiere”
Giovanni Veronesi

Giovanni Veronesi: “Ecco perché faccio questo mestiere”

a cura di Anna Lisa Maugeri

Dopo gli ascolti record dell’insolita prima visione del film Tutti per 1 – 1 per tutti, trasmesso su Sky per ovviare alla chiusura dei cinema in tempi di emergenza sanitaria, il regista e sceneggiatore Giovanni Veronesi racconta il proprio rapporto con la televisione e con il successo, puntando al terzo sequel del film Moschettieri del Re, guardando al futuro dell’Italia e degli italiani con ottimismo.

La commedia italiana firmata Veronesi, ha conquistato anche stavolta il consenso dei telespettatori grazie al connubio fra avventura, comicità e magia.

D:           Lasciato alle spalle un anno difficile per tutti, eccoci qui a vivere e programmare il 2021. L’arrivo di un vaccino anti-covid prospetta un graduale ritorno alla normalità. Molte cose sono cambiate e ci siamo dovuti adeguare ad un nuovo modo di vivere e di relazionarci con gli altri. Come sarà la normalità di domani? Cosa immagina la mente creativa di Giovanni Veronesi? E soprattutto, cosa sper

R:  Io conosco abbastanza i miei polli e l’anno prossimo a Natale vorrei essere il padrone di un’agenzia di viaggi perché, se tutti saranno vaccinati e se si potrà viaggiare, molti spenderanno i propri risparmi per viaggiare.

Anche se sarà inizialmente difficile riprendersi dalla crisi, credo che il nostro sia un popolo pieno di risorse. Torneremo al cinema, al teatro, torneremo a tutte le cose di prima con più tenacia, con più volontà, dedicando a questi settori maggiori attenzioni e risorse, proprio perché stando alla frusta abbiamo capito cosa significa farne a meno, e lo hanno capito anche le giovani generazioni. Staremo ancora più attenti e, allo stesso tempo, saremo ancora più vicini alla cultura.

D:           Solo qualche anno fa il grande successo del programma televisivo “Maledetti amici miei”. Ha in agenda qualche nuovo progetto per la televisione?

R: La televisione è troppo faticosa. E’ una delle cose più faticose che abbia mai fatto nella mia vita. Ma non perché fatichi fisicamente. Si fatica molto di più nel fare un film come quello che ho fatto io, in mezzo ai boschi, carrozze, cavalli, sparatorie, duelli …

La televisione è faticosa psicologicamente, perché ha dei meccanismi contorti, e poi rapidi, che ti ribaltano le cose da un momento all’altro. L’ho trovato un mondo abbastanza ostile, per quanto mi riguarda.

La trasmissione “Maledetti amici miei” è venuta bene, siamo stati in gamba, ma è un’esperienza che ripeterei con molta difficoltà. Preferisco fare il cinema, finché me lo fanno fare.

D:           Parliamo del suo ultimo film “Tutti per 1-1 per tutti”: quasi 2 milioni di spettatori in una sola settimana, un vero record ed un pubblico entusiasta. E’ il film di Natale più visto degli ultimi due anni. Qual è il segreto di questo grande successo, ma soprattutto è soddisfatto del riscontro da parte del pubblico?

R: Sì, è vero, abbiamo avuto successo e battuto i record di ascolti su Sky, però non ho un gran rapporto con il successo del film questa volta, perché il fatto che la prima del film sia andata in televisione rende il successo qualcosa di più “solitario”, è più una roba che ti devi immaginare da solo.

E’una cosa molto strana. Io sono abituato alla sala e lì l’effetto è immediato: vado in sala, vedo la gente che ride, quindi c’è una specie di scambio, di centrifuga tra me ed il pubblico di solito.

In questo caso, invece, non ho la possibilità di vedere il film insieme al pubblico e quindi posso soltanto vedere i riscontri sui social o attraverso i messaggi che mi arrivano, oppure in base alla quantità di pubblico che ha visto il film, che non sempre però indica il successo.

D:           Anche in questa pellicola troviamo un grande cast per una commedia brillante: i suoi tre Moschettieri, Pierfrancesco Favino (D’Artagnan) Valerio Mastandrea (Porthos) e Rocco Papaleo (Athos), riescono a trovare il giusto equilibrio e non c’è fra loro un protagonista assoluto che sovrasta gli altri. E’ stato difficile mantenere equilibrare la presenza di tre attori di questo calibro, seppur differenti, tutti e tre di grande spessore?

R: Proprio perché sono attori di un certo calibro, e non a caso sono persone molto intelligenti, hanno accettato di fare un film corale. I moschettieri in questo caso non sono quattro ma tre e nessuno fra loro doveva essere il mattatore. Anche se Pierfrancesco Favino ha il ruolo più comico rispetto agli altri, ognuno di loro ha la propria storia, le proprie vicende e la propria personalità. Nel film precedente era stato forse più difficile equilibrare la cosa perché i Moschettieri erano in quattro, in questo film questo equilibrio è forse venuto meglio.

D:           TomTom è un personaggio incredibile interpretato magistralmente da Giulia Michelini. Come nasce questo personaggio?

R: Fosse per me, ne inventerei a centinaia di questi personaggi. Se apro le finestre della mia fantasia, quanti TomTom che tiro fuori! Il problema è che solitamente si fanno film più realistici in cui questo genere di personaggi non esistono. Ed è proprio per questo che nell’ultima parte della mia carriera voglio sprigionare soltanto fantasia ed allontanarmi il più possibile dalla realtà.

Anche nell’altro film “Moschettieri del Re” c’era il Servo Muto, un personaggio con una soglia del dolore altissima ed era anche lui un esperimento di laboratorio.

In questo film Cherì, questa sorta di mister Q di James Bond che fornisce ai moschettieri armi moderne ecc, si è inventato un altro esperimento di laboratorio che è questa ragazza, TomTom. Lei guida i Moschettieri dalla Reggia all’Olanda, gli fa fare la strada più breve perché è una specie di navigatore dell’epoca.

D:           Rispetto al film precedente, in “Tutti per 1 – 1 per tutti” è più forte l’elemento magico, la favola che ci permette di esularci dalla realtà e ritrovare, fra comicità, avventura e magia, l’importanza dei valori e sentimenti umani, come l’amore e l’amicizia. Oggi più che mai abbiamo bisogno di ritrovare un po’ di magia e di incanto?

R: Io non credo che la gente si allontani da sola dalla magia, dall’incanto, dalla poesia, dalla leggerezza. E’ la storia che ogni tanto viene a trovarci e ci porta delle “sorpresine” come guerra, terremoti, tsunami, virus … Ciclicamente gli uomini si devono assoggettare alla forza della natura che li rende schiavi.

In questo momento siamo come degli schiavi incatenati che aspettano di essere liberati. Facciamo di tutto per liberarci, ci riusciremo pure, però poi arriverà qualcos’altro …

Insomma, c’è sempre, ciclicamente nella storia, qualcosa che ci fa capire che noi siamo soltanto ospiti, siamo soltanto persone che non possono decidere veramente del proprio futuro inerente al mondo in cui si vive, forse, e non sempre, possono decidere come vivere la propria vita.

Ma la nostra vita è fatta di pochi anni rispetto alla storia, siamo delle briciole in confronto alla storia che ci precede e che ci seguirà.

Ci diamo da fare un sacco, ma alla fine non possiamo decidere noi se essere felici o infelici, se sorridere o non sorridere.

Io ci provo a far sorridere la gente, ma in un periodo come questo è molto difficile. Sono stato, da una parte, fortunato perché la gente stava a casa e ha visto il film forse più di quanto lo avrebbe visto se non ci fosse stato il covid. O magari anche senza Covid lo avrebbero visto lo stesso al cinema e con lo stesso successo. Però, da un altro punto di vista è stato anche molto più complicato: in questo periodo la gente è scoglionata e magari non ha molta voglia di ridere per forza.

Proprio per questa ragione, è giusto che lo spettatore abbia trovato nel film anche questa componente romantica e poetica data soprattutto dalla storia degli amori impossibili presenti nel film.

D: Molte persone sui social, nel commentare il film, la ringraziano invece per questo aspetto e soprattutto per averli fatti tornare un po’ bambini. Non è un caso che a condurci in questa storia e a ricordarci di sentimenti come l’amore e di virtù come la tenacia siano proprio i bambini nel suo film …

R: L’immagine iniziale dei bambini di cui si vedono solo gli occhi, per via delle mascherine, sembra proprio esplicativa: è l’inizio di un film sulla fantasia. Più degli occhi dei bambini non c’è quasi niente che può evocare la fantasia, i viaggi nel tempo, i giochi.

Credo che i bambini siano comunque la macchina del tempo più efficace che abbiamo a disposizione noi narratori. I bambini si possono inventare qualsiasi tipo di storia anche nell’angolo della propria stanzetta.

D:           Lei ha dichiarato che c’è molto di suo proprio in uno dei personaggi del suo film. Si tratta proprio di Buffon, il bambino innamorato e tenace. In cosa la rispecchia?

R: Mi rispecchia nella voglia di evadere, di scappare, di riuscire a mettere a segno il proprio scopo, nella tenacia e nella volontà di fare le cose a tutti i costi.

Io sono sempre stato così, ho sempre avuto una testardaggine positiva nell’affrontare le vicende della mia vita. Anche in come parla Buffon ha molto di me. Gli ho messo in bocca delle frasi che io dissi da piccolo ad una bambina; gli dissi che c’aveva “gli occhi che brillavano come le lucette di un flipper”. Però lei non ci rimase tanto bene.

E poi mi somiglia anche per come si approccia ai grandi, nel fatto che non gli lascia passare le cose e gliele dice in faccia. Io mi ricordo che dicevo sempre in faccia anche ai miei genitori quel che pensavo, anche di loro quando litigavano. Mi ricordo che a quella età lì, dagli otto agli undici anni, ero abbastanza severo.

D:           La sceneggiatura del suo ultimo film nasce durante il primo lockdown …

R: Sì, tra l’altro l’ho scritta a mano perché avevo dimenticato il computer a Roma ed io stavo a casa mia in Maremma. Quindi ho dovuto scrivere tutto a mano. Ho ancora il manoscritto che sembra quello di un vecchio abate del medioevo! Non ero più abituato a scrivere così tanto a mano ed il muscolo della mano mi faceva un male! Non mi ricordavo mica quanto facesse male dopo aver scritto tutto il giorno.

D: Questo clima di emergenza ed incertezza ha influito sulla scrittura della sceneggiatura?

R: Non credo. Io sono abituato a scrivere ovunque, comunque, con qualsiasi tempo, con qualsiasi tipo di persone accanto.

Ogni volta che mi domandano “come lo avete scritto Il Ciclone tu e Pieraccioni?” io rispondo: lo abbiamo scritto in una stanzetta di un residence dove quando tiravamo su la serranda c’era un muro come prospettiva, una cosa di una tristezza infinita! Eppure abbiamo scritto uno dei film più comici degli anni novanta.

Questa cosa del bel posto per l’ispirazione non è vera, anche perché quando c’è un bel posto io mi metto a guardare il posto, è difficile che mi possa isolare per scrivere. Cioè, vai a scrivere alle Maldive? Ma chi ci va a scrivere?! Io ci vado a farmi il bagno alle Maldive! Scrivo a casa mia, nel mio studio, perché un bel posto mi attrae, io lo voglio vivere.

D:           Com’è stato girare un film in questo periodo, fra restrizioni e regole particolari imposte dall’emergenza sanitaria?

R: E’ stata un’esperienza molto importante. La produzione si è caricata il peso di farci i tamponi tutte le settimane, ci ha messo tutti, io e gli attori, nello stesso agriturismo e quindi abbiamo convissuto come in una specie di gita scolastica, non solo sul set ma anche fuori dal set.

Favino faceva da mangiare, Papaleo suonava la chitarra, Mastandrea raccontava storie, insomma era una convivenza anche un po’ forzata, ma importante perché abbiamo cementato l’amicizia, abbiamo trovato i lati positivi e negativi di ognuno di noi. Nella convivenza non si scappa.

E’ stato molto bello. Non posso dire che il 2020 sia stato per me un anno solo negativo, perché c’ho fatto un film di successo, anche se questo passerà alla storia come uno degli anni più negativi della storia contemporanea.

D:           Ci sarà un terzo film per una nuova avventura dei tre Moschettieri di Giovanni Veronesi?

R: Magari! Se ce lo fanno fare io lo rifaccio subito! Io mi ci diverto talmente tanto a fare questi film. Ho 58 anni, ho scavallato quella fase in cui uno pensa di essere Kubrick o pensa di poter cambiare il mondo. Ho capito invece che questo mestiere mi serve come l’analista. Invece di andare dall’analista e pagarlo, c’è qualcuno che paga me per dire più o meno le stesse cose che direi ad un analista.

Faccio questo mestiere e ho scoperto perché lo faccio.

Prima pensavo che fosse una missione, di farlo per il mondo, per dire delle cose importanti, fondamentali, per cambiare il costume e la mentalità della gente. Invece, adesso ho capito che serve a me per liberarmi di quei sassi, macigni, ostacoli che uno porta dentro nella vita e che con l’aiuto di un analista o di un terapeuta può riuscire a risolvere con il tempo. Io lo faccio col mio lavoro.

Ho fatto film di tutti i generi: fantasy, western … ho fatto di tutto!

Viviamo in un paese in cui questo genere di film sono un po’ una mosca bianca, ciò significa proprio che li faccio per me.

Penso che volare con la fantasia, via dalla realtà, in questo momento storico mi faccia bene.

Quindi trovo il modo di farlo con i film dei Moschettieri. Poi è chiaro che ci sono delle metafore che riportano alla realtà, ma sono una seconda lettura che non è così necessaria.

D:           In questi anni il pubblico ha dimostrato di amare molto anche i suoi monologhi. Nati per il programma radiofonico “Non è un Paese per giovani” su Rai Radio 2, oggi è possibile ascoltarne di nuovi, scritti recentemente, anche sulle sue pagine social. Brevi video di pochi minuti narrano frammenti di vita o ricordi lontani, immagini e riflessioni intrise di grande profondità e poesia. Cosa rende i suoi monologhi così apprezzati?

R: La sincerità. Ho cominciato sei anni fa in radio per scherzo. Avevo voglia di dire delle cose. La mattina mi svegliavo e sul telefonino le scrivevo.

Ho detto alla direttrice “ma che ne dici se apro la trasmissione con un monologo?”. All’inizio la cosa non era vista tanto di buon occhio perché di solito alla radio meno parli e meglio è: devi dire pochi concetti, rapidi e mettere musica. Però, poi, la direttrice ha capito che c’era dentro tanta sincerità, tanta spontaneità e così mi ha permesso di farlo.

Piano piano, i miei monologhi sono diventati il fulcro della trasmissione. Conoscevo persone che accendevano la radio solo per ascoltare il monologo e poi spegnevano. Era diventato un appuntamento fisso per alcune persone. C’era un gruppo di architetti in uno studio di Pavia che, anche in presenza di clienti, si fermavano, ascoltavano il monologo, lo facevano ascoltare anche ai clienti e poi spegnevano e si riemettevano a lavorare.

E’ una specie di empatia reciproca. Io sento che c’è qualcuno che mi sta ascoltando, ed è per questo che vorrei leggerli in diretta come ho sempre fatto, anziché registrarli.

E’ molto importante che ci sia un rapporto diretto e sapere che in quel momento in cui dici delle cose c’è qualcuno che ascolta.

Il monologo sui genitori di Giovanni Veronesi – Maledetti Amici Miei 24/10/2019

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