Il cineasta, il maestro, l’uomo: Mario Monicelli
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Il cineasta, il maestro, l’uomo: Mario Monicelli

di Anna Lisa Maugeri

Il 29 Novembre del 2010, esattamente dieci anni fa, Mario Monicelli, il Maestro, si toglieva la vita lasciandosi cadere dal quinto piano dell’ospedale San Giovanni di Roma.

Era di lunedì, intorno alle ore 21, in una sera di inizio settimana come tante, ma in quella stanza d’ospedale, c’era più che il regista e il grande professionista che attraverso le sue pellicole aveva stupito, divertito e affascinato lo spettatore; in quella stanza, c’era l’uomo, solo con la consapevolezza delle proprie fragilità.

Il suo male, un cancro alla prostata, lo aveva provato fortemente. Lui che, malgrado i suoi 95 anni, viveva da solo ed era abituato ad occuparsi di sé stesso, non poteva sopportare di dover dipendere da qualcun altro.

Diceva che vivere da solo lo costringeva a badare a sé stesso, a far tutto da sé, e quindi a restare vivo, perché la donna, sosteneva, è infermiera nell’animo, finisce per prendersi cura del proprio uomo e lui si adagia, si abitua, fino a lasciarsi andare.

Mario Monicelli, attraverso i suoi film, ha ritratto l’identità italiana spogliandola dell’apparenza più raffinata, mettendola a nudo spudoratamente, un po’ macchietta e un po’ tragedia, consegnando alla massa la percezione di essere un popolo, quello italiano, attraverso la rappresentazione delle proprie miserie, lasciate sempre un po’ in ombra, senza sentimentalismi e con una doverosa dose di cinismo.

L’uomo entrato nelle menti e nei cuori del popolo italiano, e non solo, ha guadagnato l’appellativo di Maestro dopo anni di gavetta, anche se era già abituato a sentirsi chiamare così, poiché, come lui stesso raccontava, da ragazzino lavorando sui set cinematografici come l’ultimo degli ultimi, lo si chiamava Maestro quasi per scherno. La sua passione per quel mestiere certo non facile, mai studiato dentro grandi scuole, ma appreso sul campo, fu premiata dal successo.

Omaggio a Mario Monicelli: l’ultima intervista televisiva | La Suburbana T-V – S.3

Un uomo, un mondo

Di lui rimane un mondo, quello pieno dei suoi film, troppi da elencare, ma ricordiamo fra tutti La Grande Guerra (Leone d’oro 1959), L’armata Brancaleone, Il Marchese del Grillo, La ragazza con la pistola, Amici miei, Speriamo che sia femmina, e infine il suo ultimo film Le rose del deserto.

Di lui rimane un mondo ancora più vasto, riferendoci a quello delle sue idee e del suo sentire. Attraverso molte delle interviste che ha rilasciato possiamo riconoscere il suo volto, guardare ancora nei suoi occhi, riscoprire la sua originalità, la sua visione delle cose, da quelle più semplici alle grandi domande sull’esistenza.

Come quella volta in cui raccontò quale fosse il senso del Natale per lui, più che cinicamente, con spudorata e amabile sincerità.

Il senso del Natale secondo Mario Monicelli

“La speranza è una trappola”

Lascia il suo messaggio alle giovani generazioni attraverso queste parole (Monicelli- La speranza è una trappola): La speranza è una trappola, è una brutta parola, non si deve dire. La speranza è una trappola inventata dai padroni, di quelli che ti dicono “State buoni, state zitti, pregate che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà, perciò adesso state buoni, tornate a casa”. Mai avere la speranza, la speranza è una trappola, è una cosa infame inventata da chi comanda.

Quello che in Italia non c’è mai stato, è una bella botta, una bella rivoluzione, rivoluzione che non c’è mai stata in Italia… c’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, c’è stata in Russia, c’è stata in Germania. Dappertutto meno che in Italia. Quindi ci vuole qualche cosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto, sono 300 anni che è schiavo di tutti.

Monicelli – La speranza è una trappola!

La sua dignità lo portò a salutare tutti in silenzio, senza lasciare un biglietto o una parola per spiegare. Non occorreva spiegare, bastava il gesto, compiuto proprio alla sua età, 95 anni, bastava per dire tutte le parole necessarie.

Quella sera il Maestro non cadde giù, non fu uno schianto al suolo grigio del viale di fronte all’ospedale, ma fu un volò verso la libertà, via, un po’ più su’, troppo in alto per poterlo seguire con lo sguardo. Un volo, semplicemente.

Testamento di Mario Monicelli – Ciprì e Maresco

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