Pippo Fava

L’uomo e il giornalista

di Anna Lisa Maugeri

Siciliabuona.La vita di Pippo Fava è fatta di opportunità avute e date, di quelle a lui negate, di licenziamenti, censure e dello spirito imprenditoriale che non era certo semplicemente una questione di lavoro, ma di valori.

Una storia che lascia un patrimonio immenso, non solo gli articoli e le interviste, non solo la scrittura, il teatro, non solo il giornalista, ma l’uomo, un uomo alla ricerca della verità e dai grandi ideali.

Certe storie racchiudono ed esprimono una semplice regola dentro una vita intera, dentro alle scelte che si susseguono nel decorrere dei mesi e degli anni, col tempo che si accorcia e un destino che intanto segna ad ogni giorno che passa il suo conto alla rovescia: la regola della coerenza.

Certe storie raccontano di coraggio

Io nascevo, vivevo il mio primo anno di vita, lui, Pippo Fava, viveva l’ultimo. Certe storie raccontano di coraggio in maniera così chiara che non puoi non capirlo, esserne affascinato e tenerne conto per il resto dei tuoi giorni.

In un Paese che per mano della mafia ha sanguinato troppe volte e che ne porta ferite profonde e cicatrici in tutta Italia, la verità e l’onestà dovrebbero essere valori condivisi, indiscutibili, così come la legalità che garantisce a tutti opportunità, crescita e una migliore qualità della vita; invece, va a finire che un intero sistema sociale e politico con il crimine ci fa gli affari, ancora oggi, a discapito di tutti, e così, oggi come allora, chi vive quei valori e li rende presenti e coerenti con la propria esistenza, anche solo tramite la forza delle parole, diventa un eroe. Ciò che dovrebbe essere normale, diventa eccezionale.

GIUSEPPE FAVA: L’ ultima intervista (1) – ACCASFILM

E si parla di eroi

E si parla degli eroi, quella specie rara che sta fra gli uomini semplici e le divinità, non quelli dai superpoteri, che vincono sempre, destinati a un lieto fine, ma gli eroi reali disegnati dai propri ideali, interpretati dagli stessi autori, veri, vivi, in carne ed ossa, dentro vite che saranno film postumi alla loro memoria, ma che lì, durante il work in progress della propria sceneggiatura che si compie passo dopo passo, non possono tagliare pezzi, rifare scene, niente montaggio.

Nessuna anteprima, impossibilitati a conoscere il finale, malgrado a volte lo riescano ad intuire, gli eroi vivono e agiscono senza sapere di esserlo. Però, io li immagino nei loro tormenti prima di riuscire a prendere sonno, una nuvola di pensieri e di incognite che annebbiano la mente e li fa sentire soli nell’oscurità della notte. Poi, al mattino, nell’istante stesso in cui si ridestano e aprono gli occhi sanno: sanno che non avranno altro modo di scegliere se non per coerenza, di vivere se non facendo il proprio dovere, di essere ciò che sono; così, continueranno a vivere come il giorno precedente, perché così è giusto fare, non vi è dubbio.

E allora, ognuno scelga il suo eroe, lo tenga ben presente ogni giorno come punto di riferimento. Anche io, dovendo sceglierne uno, scelgo Pippo Fava. 

GIUSEPPE FAVA: L’ ultima intervista (2) – ACCASFILM

L’omicidio di Pippo Fava

5 Gennaio 1984, ore 21:30: Pippo Fava ha appena lasciato la redazione del suo giornale. Con la sua Renault 5 va a prendere la nipotina in via dello Stadio a Catania, ma appena sceso dall’auto viene colpito da cinque proiettili calibro 7,65 all’altezza della nuca.

Alla nuca. Perché la mafia non ti guarda in faccia mai, soprattutto quando uccide, e se ti affronta a viso aperto lo fa nel buio della notte e in mezzo al nulla desolante intorno, come per Peppino Impastato, o dall’alto di un monte, a debita distanza, premendo un pulsante come per Giovanni Falcone, o ancora senza neanche lasciarti il tempo di uscire dalla tua auto e di guardarti in faccia come per il giornalista Beppe Alfano.

Solo con Padre Puglisi, accadde, forse per errore: l’assassino ebbe il tempo di guardare gli occhi della vittima, di sentire le sue ultime parole, e tanto bastò perché egli si pentisse e portasse per sempre nel cuore l’orrore e il senso vero del disonore per quanto era stato capace di compiere in cambio di denaro. 

Intorno all’omicidio di Pippo Fava il solito nugolo di voci maledette, che certa stampa siciliana per prima alimentò e diffuse: “delitto passionale”, perché la mafia ci tiene tanto al movente passionale, è il piacere degli ominicchi dare tutti i morti ammazzati in pasto all’opinione pubblica come persone scandalose e un po’ perverse.

Poi, fu la volta dei soliti debiti, stavolta non per il vizio del gioco, ma per le condizioni finanziari di un giornale nuovo che per nascere e sopravvivere aveva avuto da combattere anche sotto l’aspetto finanziario.

I funerali

Gli furono negati i funerali pubblici. Né istituzioni e cariche pubbliche, né ministri al suo funerale, tanto meno fu presente l’allora sindaco di Catania, Angelo Munzone, che tanto si era adoperava per ribadire il concetto che a Catania la mafia non esisteva e che, insieme all’onorevole Nino Drago, sollecitava la chiusura veloce delle indagini perché queste sciocchezze dei morti ammazzati per mano mafiosa rischiava di indurre gli imprenditori a lasciare l’isola e spostare le loro fabbriche al nord.

Nel 2003 la sentenza definitiva della Corte di Cassazione condanna all’ergastolo il boss mafioso Nitto Santapaola come mandante dell’omicidio e Aldo Ercolano come esecutore, mentre Maurizio Avola, reo confesso anch’esso nel ruolo di esecutore, condannato a sette anni patteggiati.

“I mafiosi stanno in Parlamento”

“I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, sono quelli che in questo momento sono ai vertici della Nazione” diceva Pippo Fava, perché le mani armate che sparano, quelli che piazzano bombe, premono i pulsanti per far esplodere ordigni e uccidono, sono semplici esecutori.

La macchina mafiosa, già lo diceva allora Pippo Fava, è enorme, gigantesca, muove montagne di denaro da un continente all’altro, ha un giro di affari che supera i bilanci dello Stato Italiano, passa per le banche, fa alleanze che la fantasia si rifiuterebbe di immaginare.

Oggi ancora più di allora è una mafia “pulita”, perfezionata, preservata il più possibile nell’apparenza, viva e attiva fin dentro al midollo delle istituzioni e delle alte cariche dello Stato, così difficile a volte da individuare.

Pippo Fava lascia un’eredità immensa, la sua personalità, le sue idee, l’insegnamento che la verità scovata e raccontata è l’unica via possibile verso la libertà di un popolo, tutto inciso nero su bianco fra articoli e inchieste, interviste a uomini mafiosi, opere teatrali, il suo grande lavoro fra radio, carta stampata, per Il Giornale del Sud e poi per la sua rivista I Siciliani.

Nel suo ultimo articolo intitolato Lo spirito di un giornale, scritto proprio per Il Giornale del Sud e che gli costerà il licenziamento, scrisse: 

“Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane.”

Giuseppe Fava- 5 Gennaio 1984

Lascia un commento

Chiudi il menu